
La danza silenziosa di Michael: come il biopic su Jackson ha conquistato il mondo
Con 977 milioni di dollari, il film supera Oppenheimer e Bohemian Rhapsody, ma lascia fuori le ombre della vita del cantante.
In una sala di San Paolo, durante il decimo fine settimana di programmazione, le poltrone sono ancora piene. Sulle note di «Thriller», il pubblico brasiliano muove le labbra all’unisono, come ha fatto per settimane, trasformando il biopic «Michael» nel film Universal di maggior incasso di sempre nel paese. È un’immagine che si ripete da Città del Messico a Parigi, dove la pellicola è diventata la biografia musicale più vista di sempre, e che ha spinto il film a un traguardo storico: 977,4 milioni di dollari globali, sufficienti a strappare a Oppenheimer il titolo di biopic più redditizio della storia del cinema.
Diretto da Antoine Fuqua e interpretato da Jaafar Jackson, nipote del cantante al suo esordio come attore, «Michael» ripercorre l’ascesa di Jackson dai Jackson 5 al trono di Re del Pop, fermandosi però al 1988. La scelta di omettere le accuse di abusi sessuali su minori che segnarono gli ultimi anni della sua vita ha diviso la critica: sulla stampa anglosassone, Clarisse Loughrey dell’Independent ha definito il film un «raccapricciante e senz’anima tentativo di incassare», mentre in Francia, dove la pellicola ha incassato oltre 55 milioni di dollari, il dibattito è rimasto più sfumato, con il pubblico che ha premiato le ricostruzioni concertistiche e i videoclip.
Il sorpasso su Oppenheimer – il dramma storico di Christopher Nolan che nel 2023 aveva incassato 975,8 milioni e vinto sette Oscar – segna un punto di svolta per il genere biografico. Se il film di Nolan aveva portato nelle sale un pubblico adulto con una riflessione morale sulla bomba atomica, «Michael» ha puntato su una strategia opposta: una finestra in sala di soli 46 giorni prima dell’arrivo in video on demand (contro i 123 di Oppenheimer) e una campagna marketing incentrata esclusivamente sulla musica e sulla spettacolarità delle performance. Secondo gli analisti del mercato nordamericano, la decisione degli eredi Jackson di escludere i capitoli più controversi – che pure erano stati girati, costringendo a rifacimenti per 50 milioni di dollari – ha permesso allo studio Lionsgate di confezionare un prodotto percepito come accessibile a un pubblico globale, trasformando il film in un evento intergenerazionale.
I numeri raccontano di un successo capillare: 370,2 milioni negli Stati Uniti, 607,2 milioni all’estero, con il Regno Unito a 70 milioni, il Messico e il Brasile oltre i 30, e record di longevità in 40 mercati internazionali, Italia compresa. Ma il dato più eloquente è forse la tenuta nel tempo: nel suo decimo weekend, il film ha incassato ancora 9,2 milioni, trainato da spettatori che tornano in sala per rivivere i concerti. L’ultima inquadratura di «Michael» si chiude prima che la storia si faccia scomoda, lasciando sullo schermo solo il luccichio di un guanto bianco. Un’immagine che, mentre Lionsgate già prepara un sequel, continua a riempire le sale di un pianeta che ha scelto di ballare, per ora, solo la parte più luminosa del mito.
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