
Deportazioni accelerate, la corte federale ripristina la politica Trump su tutto il territorio
Una decisione 2-1 della Corte d’Appello del D.C. Circuit rimuove il blocco alle espulsioni rapide senza udienza, mentre la Corte Suprema allarga il potere esecutivo sui residenti permanenti.
Con un voto diviso di due giudici nominati da Donald Trump e uno designato da Barack Obama, la Corte d’Appello federale per il Circuito del Distretto di Columbia ha annullato martedì la sospensione che impediva al Department of Homeland Security di applicare la procedura di “expedited removal” in ogni angolo degli Stati Uniti. La decisione consente all’amministrazione repubblicana di riprendere immediatamente le deportazioni accelerate di qualunque migrante irregolare che non riesca a dimostrare una presenza continuativa nel Paese da almeno due anni, anche se fermato a centinaia di chilometri dalla frontiera.
Per il governo federale, la sentenza rappresenta il recupero di uno strumento essenziale nella campagna di espulsioni di massa. Il general counsel del DHS, James Percival, ha dichiarato che la corte ha “confermato la nostra scelta di applicare la legge così com’è scritta”. Sul fronte opposto, l’American Civil Liberties Union e le organizzazioni come Make the Road New York denunciano un sistema “ingiusto e soggetto a errori”, che secondo il loro portavoce Anand Balakrishnan “mina il principio fondamentale del giusto processo”. La giudice distrettuale Jia Cobb, nominata da Joe Biden, aveva bloccato l’espansione ad agosto, ritenendo che le procedure non offrissero garanzie sufficienti contro le espulsioni arbitrarie e violassero i diritti costituzionali dei migranti.
L’effetto immediato è l’estensione geografica di un meccanismo nato nel 1996 per respingere rapidamente chi veniva fermato al confine o appena entrato. Ora gli agenti dell’ICE possono avviare l’espulsione senza udienza davanti a un giudice anche nei confronti di persone fermate all’interno del Paese, purché non dimostrino di risiedervi da più di due anni. La decisione si inserisce in un quadro giudiziario più ampio: lo stesso giorno, la Corte Suprema, con una maggioranza di sei giudici conservatori, ha stabilito che gli ufficiali di frontiera non hanno bisogno di “prove chiare e convincenti” per trattare un residente permanente di ritorno da un viaggio all’estero come un richiedente ammissione, esponendolo a detenzione e possibile espulsione sulla base di semplici accuse penali. La giudice progressista Ketanji Brown Jackson ha parlato di un “assegno in bianco” consegnato all’esecutivo.
La coincidenza delle due pronunce delinea, secondo osservatori giuridici europei, un rafforzamento senza precedenti della discrezionalità amministrativa in materia migratoria, con possibili ricadute anche per i cittadini comunitari che soggiornano negli Stati Uniti senza un visto valido o che si trovino in situazioni di limbo legale. La politica di espulsione accelerata è già operativa su scala nazionale; eventuali nuovi ricorsi dovranno misurarsi con una maggioranza conservatrice ormai consolidata nelle corti federali, mentre a Bruxelles si segue con attenzione l’evolversi di un approccio che potrebbe influenzare il negoziato transatlantico sulla mobilità e i visti.
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La magistratura federale sta rimuovendo gli ostacoli all'agenda di deportazione dell'amministrazione. La Corte Suprema e una corte d'appello hanno entrambe ampliato la capacità del governo di espellere rapidamente immigrati, inclusi i titolari di green card. È un passo pragmatico per la sicurezza nazionale, anche se alcuni osservatori sollevano perplessità sul giusto processo.
La Corte Suprema degli Stati Uniti si è schierata con l'amministrazione Trump in un caso sull'espulsione di un titolare di green card. La decisione, con 6 voti contro 3, conferisce agli ufficiali dell'immigrazione maggiore autorità nel contestare i residenti permanenti che rientrano da viaggi all'estero. La notizia è riportata in modo fattuale, senza commenti espliciti.
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