
La Cina lancia il suo modello di IA e VW taglia posti: la doppia sfida che ridisegna il globale
Moonshot AI distribuisce Kimi K3 gratis e a costo ridotto, mentre la casa tedesca pianifica di chiudere quattro fabbriche: l’offensiva tecnologica e industriale di Pechino accelera.
L’uscita del modello Kimi K3 a luglio 2026, gratuito e open source, ha mandato in picchiata i titoli della Silicon Valley e ha costretto la sviluppatrice Moonshot AI a sospendere le nuove registrazioni per eccesso di domanda. Nella stessa finestra, Volkswagen ha annunciato un crollo dell’utile netto del 32,9 per cento e un piano di ristrutturazione senza precedenti, con fino a centomila esuberi e la possibile chiusura di quattro stabilimenti in Germania dopo il 2030. Non si tratta di due episodi separati: sono l’effetto di un’unica spinta cinese, che combina investimenti statali massicci, strategia open source e un eccesso di capacità produttiva per imporre standard e quote di mercato.
La strategia di Pechino per l’intelligenza artificiale rovescia il modello occidentale. Invece di vendere l’accesso a modelli proprietari, aziende come Moonshot e DeepSeek rilasciano pesi e architetture affinché chiunque possa scaricarli e modificarli. È un’applicazione della “distillazione”: modelli più piccoli ed economici apprendono da quelli più avanzati, aggirando le restrizioni statunitensi sui chip. Contemporaneamente, lo Stato finanzia oltre il 90 per cento del capitale di rischio tecnologico, come documentato da dati di mercato cinesi, e ha lanciato a Shanghai un’Organizzazione Mondiale per la Cooperazione sull’IA con 29 paesi fondatori, tra cui Brasile e Indonesia. L’obiettivo, secondo l’ottica di Pechino, non è vendere un prodotto ma diventare la piattaforma su cui governi e imprese del Sud Globale costruiranno i propri servizi digitali, dalla sanità all’amministrazione pubblica.
La crisi Volkswagen mostra l’altra faccia della stessa medaglia. Le vendite in Cina, primo mercato del gruppo, sono crollate di oltre un terzo, mentre la concorrenza interna – specie nei veicoli elettrici – erode quote anche all’estero. Il ceo Oliver Blume imputa il tracollo ai dazi americani, alla domanda europea fiacca e a una capacità produttiva cinese sovradimensionata che, come denunciano il cancelliere tedesco Friedrich Merz e le capitali europee, viene riversata sui mercati globali grazie a uno yuan svalutato e a sussidi statali. L’intera Unione registra un deficit commerciale con la Cina superiore al miliardo di euro al giorno, e la prospettiva di ulteriori chiusure accende lo scontro con i sindacati e lo stato della Bassa Sassonia, azionista di Volkswagen.
Questo scenario pone l’Italia e l’Europa di fronte a un bivio. Da un lato, l’offerta cinese di IA a costo zero può apparire allettante per enti pubblici e aziende in cerca di efficienza; dall’altro, come nota un osservatore indiano, accettare quei modelli significa aderire a standard e regole pensate altrove, senza avere né contratto né foro di ricorso. Il Brasile, che ha firmato la carta di Shanghai mentre il suo parlamento rinvia il quadro normativo nazionale, incarna il dilemma tra opportunità immediata e sovranità digitale. L’Unione Europea dovrà decidere se e come schermare le proprie infrastrutture critiche, anche perché la potenza cinese non risiede solo nell’hi-tech ma nel controllo di terre rare e catene di fornitura essenziali. Prossimo snodo: la riunione del consiglio di sorveglianza Volkswagen a settembre e le misure di Pechino per sostenere la domanda interna, che potrebbero attenuare o aggravare lo squilibrio.
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