
La Cina frena il petrolio con le riserve, mentre esporta auto in Russia e assorbe carne brasiliana
Pechino ha ridotto le importazioni di greggio del 41% a giugno attingendo alle scorte strategiche, contenendo i prezzi nonostante la crisi mediorientale; intanto l’export di auto verso la Russia tocca nuovi record e la quota di carne bovina brasiliana si esaurisce.
Nel pieno della crisi che infiamma lo Stretto di Hormuz, il prezzo del greggio è rimasto lontano dai picchi temuti. A giugno le importazioni cinesi di petrolio sono crollate del 41,3% su base annua, a 29,27 milioni di tonnellate, il minimo dall’ottobre 2016. Pechino ha attinto alle riserve strategiche a un ritmo di 600-700 mila barili al giorno, secondo stime di Goldman Sachs, che valuta le scorte complessive in circa 1,9 miliardi di barili, pari a 117 giorni di consumi. Così la domanda aggiuntiva che avrebbe potuto spingere il Brent oltre i 90 dollari è stata assorbita internamente.
La Cina ha però aumentato gli acquisti di gas naturale liquefatto dalla Russia, raddoppiati a maggio a 877 mila tonnellate, il massimo in sette mesi, mentre l’import totale di GNL è salito dell’8%. Secondo Wood Mackenzie, la diversificazione del portafoglio di fornitura cinese ha permesso di compensare le tensioni globali. Anche il greggio russo, importato via oleodotto e nave, è cresciuto del 16,7% nel primo semestre, per 33,1 miliardi di dollari, consolidando Mosca come primo fornitore con una quota del 25%.
Sul fronte industriale, le esportazioni cinesi di autovetture verso la Russia hanno segnato un balzo del 134,7% nel semestre, a 6,24 miliardi di dollari, con i modelli Geely e Mazda CX-5 a dominare le consegne. Il mercato russo dell’auto resta però fermo a 1,4 milioni di unità e AvtoVAZ prevede una ripresa solo nel 2027. In Cina, al contrario, le vendite interne di auto nuove sono precipitate del 20,2%, il peggior dato dal 2021, tra taglio dei sussidi all’elettrico e rincari dei carburanti.
Nei flussi agricoli, le esportazioni brasiliane di carne bovina hanno raggiunto un record di 9,9 miliardi di dollari nel semestre, ma la quota annuale per la Cina (1,106 milioni di tonnellate) è stata virtualmente esaurita già a giugno, secondo l’associazione dei frigoriferi Abrafrigo, con il rischio di una sovrattassa del 55% sulle eccedenze. La Russia ha invece aumentato del 40% le vendite di manzo congelato a Pechino, per 68,7 milioni di dollari, e ha triplicato l’export di grano, seppure da volumi contenuti. L’export russo di grano a luglio potrebbe scendere ai minimi dal 2017 per le restrizioni nel Mar Nero e la debole domanda mediterranea. La prossima mossa di Pechino – se ricostituirà le scorte petrolifere o continuerà ad attingervi – è il vero snodo per i mercati globali, mentre sul fronte carni si attende a giorni l’allerta ufficiale di utilizzo della quota all’80% per la carne brasiliana.
| Stampa russa e CSI | +0.60 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.20 | neutral |
| Stampa europea continentale | −0.70 | critical |
La Russia riproietta la propria centralità commerciale attraverso dati di crescita con la Cina, presentandosi come partner affidabile e vincente.
L’accumulo di cifre positive in settori disparati crea l’impressione di un successo sistemico e inevitabile.
Non si menziona la dipendenza crescente dalla Cina né i rischi di una relazione asimmetrica.
Il Brasile e l’Argentina osservano il mercato cinese con pragmatismo, evidenziando opportunità ma anche vincoli e rischi per le loro economie.
Si contrappongono dati record a preoccupazioni su quote e restrizioni, creando un equilibrio tra ottimismo e cautela.
Non si analizza il ruolo della Russia come concorrente nelle forniture alla Cina, né l’impatto delle tensioni geopolitiche globali.
L’Europa lancia un allarme su un imminente shock petrolifero, ma riconosce che la Cina sta temporaneamente attenuando la crisi.
Si costruisce una narrazione di pericolo imminente utilizzando il termine ‘profezia’ e descrivendo tensioni geopolitiche, ma si introduce la Cina come fattore di stabilizzazione, creando ambiguità.
Non si considerano le misure di risposta dei paesi produttori né le riserve strategiche occidentali.
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