
L’oro rimbalza dal minimo settimanale mentre il petrolio scende sui colloqui Usa-Iran, ma la Fed frena il rally
Il metallo prezioso recupera quota 4.200 dollari grazie al raffreddamento delle quotazioni del greggio, mentre le scommesse su un rialzo dei tassi a dicembre salgono all’89%.
L’oro spot ha riguadagnato lo 0,9% lunedì, portandosi attorno a 4.199 dollari l’oncia e allontanandosi dal minimo toccato venerdì, il più basso dall’11 giugno. Il movimento è coinciso con un netto arretramento del Brent, sceso di oltre il 3% dopo che la prima tornata di colloqui tra Stati Uniti e Iran in Svizzera si è chiusa con un comunicato congiunto di Qatar e Pakistan – i mediatori – in cui si annunciava una «roadmap» per un accordo definitivo entro sessanta giorni. Secondo quanto riferito dalla televisione di Stato iraniana, le parti hanno compiuto «progressi incoraggianti», e i negoziati hanno affrontato anche i nodi del Libano e della sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz.
Il calo del greggio ha immediatamente attenuato i timori inflazionistici legati ai costi energetici, offrendo al metallo prezioso un temporaneo sostegno nella sua veste di bene rifugio. Tuttavia, il rialzo resta fragile. Dalla riunione della Federal Reserve della scorsa settimana, le aspettative di una stretta monetaria si sono irrobustite: secondo lo strumento FedWatch del CME, la probabilità di un rialzo dei tassi a dicembre è balzata dal 61% all’89%. Nove dei diciannove membri del FOMC ritengono necessario un intervento entro l’anno, e il nuovo presidente Kevin Warsh ha evitato qualsiasi accenno a un allentamento, concentrando il discorso sull’inflazione. In questo quadro, l’oro – che non produce rendimento – vede limitato il proprio potenziale di apprezzamento, come sottolineato da Bank of America, che giudica ormai improbabile il suo target di 6.000 dollari l’oncia a meno che i mercati non prezzino completamente la fine del ciclo restrittivo.
Per l’Europa e l’Italia, la dinamica ha un doppio risvolto. La discesa del petrolio, se confermata, alleggerisce la bolletta energetica e riduce le pressioni sui prezzi al consumo, un fattore non trascurabile in una fase di crescita debole. Al contempo, il dollaro statunitense si mantiene stabile e i rendimenti dei Treasury a due anni hanno toccato il 4,2276%, il livello più alto dall’inizio del 2025, rafforzando il biglietto verde e potenzialmente penalizzando le valute europee e i titoli di Stato dell’area euro. Gli analisti del Nord Europa, come quelli di Saxo Bank a Copenaghen, osservano che i prezzi dell’energia resteranno il driver di breve periodo per i metalli preziosi, mentre operatori londinesi come Marex avvertono che la volatilità geopolitica rende il contesto ancora instabile, suggerendo prudenza.
Il prossimo banco di prova sarà il dato sull’inflazione PCE, la misura preferita dalla Fed, in pubblicazione questa settimana. Un numero superiore alle attese consoliderebbe le scommesse su un rialzo dei tassi e potrebbe riportare l’oro sotto pressione, mentre un rallentamento dei prezzi offrirebbe al metallo un nuovo, seppur precario, slancio. Parallelamente, i mercati terranno d’occhio gli sviluppi dei colloqui Usa-Iran e il rispetto della tabella di marcia concordata, da cui dipenderà la tenuta del calo del greggio e, di riflesso, l’appetito per l’oro come copertura in un mondo ancora segnato da tassi elevati.
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L'oro è rimbalzato dal minimo settimanale grazie all'ottimismo per i colloqui USA-Iran che ha spinto al ribasso i prezzi del petrolio, attenuando i timori inflazionistici. Il rally è stato frenato dalle attese di un rialzo dei tassi della Fed. Gli analisti osservano che i prezzi dell'energia resteranno il principale driver di breve termine per i metalli preziosi.
I prezzi dell'oro sono rimbalzati con forza dal recente minimo dopo l'emergere di una tabella di marcia USA-Iran per la distensione, che ha fatto scendere il petrolio. Gli investitori si sono spostati sull'oro come copertura strategica, temendo possibili battute d'arresto nei negoziati di 60 giorni. L'avanzata è stata frenata dalle scommesse su una politica monetaria USA più restrittiva.
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