
L’Onu cambia le regole per evitare il default mentre infuriano le crisi a Gaza e in Sudan
Tra i mancati pagamenti di Stati Uniti e Cina, l’organizzazione sospende i rimborsi agli Stati morosi; Amnesty accusa le milizie sudanesi di pulizia etnica e l’Unrwa è a un passo dal collasso.
Le Nazioni Unite hanno approvato una modifica regolamentare che sospende per quattro anni la redistribuzione dei fondi non spesi agli Stati membri in arretrato, nel tentativo di scongiurare il «collasso finanziario» annunciato per l’estate. Secondo quanto comunicato dal sottosegretario generale Chandramouli Ramanathan, l’organizzazione esaurirà la liquidità ad agosto e potrà sopravvivere oltre settembre solo grazie a nuove donazioni. La crisi è alimentata dai mancati pagamenti di Washington e Pechino: gli Stati Uniti devono circa 4,3 miliardi di dollari, la Cina oltre 1,3 miliardi, insieme rappresentano il 42% del bilancio ordinario. La decisione, approvata martedì dall’Assemblea Generale, evita che i fondi inutilizzati vengano restituiti anche a chi non ha onorato gli impegni, generando un risparmio di centinaia di milioni l’anno.
La mossa arriva mentre due crisi umanitarie mettono sotto pressione la capacità operativa dell’Onu. L’agenzia per i rifugiati palestinesi (Unrwa) affronta un deficit di 100 milioni di dollari e, secondo il segretario generale António Guterres, è «sull’orlo del collasso». Israele, che accusa l’agenzia di parzialità politica e di infiltrazioni legate all’attacco del 7 ottobre 2023, ha intensificato le pressioni per ridurne il mandato. Al contempo, in Sudan, un rapporto di Amnesty International denuncia che le Forze di Supporto Rapido (Rsf) hanno commesso crimini contro l’umanità e pulizia etnica durante l’assedio di el-Fasher, con omicidi, stupri e reclutamento forzato di bambini, prendendo di mira la comunità non araba degli Zaghawa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato una nuova epidemia di colera con 120 morti e oltre 1.100 casi sospetti in aree di guerra isolate, mentre il sistema sanitario è collassato.
Secondo analisti diplomatici europei, la strategia di Washington riflette l’ostilità dell’amministrazione Trump verso le organizzazioni multilaterali, viste come un freno alla sovranità nazionale e uno spreco di risorse. Pechino, pur senza dichiarare aperta opposizione, utilizza i ritardi nei pagamenti come leva per orientare le priorità dell’organizzazione a proprio favore. In questo scenario, un gruppo di paesi europei – Germania, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito – ha chiesto una riunione urgente del Consiglio per i diritti umani sulla situazione a el-Obeid, dove mezzo milione di civili rischiano atrocità su larga scala. Per l’Italia, che ospita a Roma il polo agroalimentare dell’Onu (Fao, Pam, Ifad) e ha sempre onorato i contributi, il definanziamento rischia di ridurre il peso specifico del paese e di compromettere l’efficacia degli interventi umanitari nel Mediterraneo allargato.
La guerra in Sudan, entrata nel quarto anno, ha generato la più grave crisi di sfollamento al mondo, con oltre 12 milioni di persone in fuga. Secondo inchieste giornalistiche e rapporti dell’Onu, il conflitto è alimentato da un’economia di guerra parallela: l’esercito regolare ha ricevuto droni Mohajer-6 dall’Iran, mentre le Rsf finanziano le operazioni con il contrabbando d’oro e utilizzano rotte logistiche che transitano da porti del Mar Rosso e territori di paesi vicini. La prossima riunione del Consiglio per i diritti umani e la conferenza dei donatori per l’Unrwa rappresentano i prossimi banchi di prova per una comunità internazionale che, secondo fonti diplomatiche a Ginevra, fatica a conciliare le rivalità geopolitiche con la necessità di risposte umanitarie immediate.
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L'Onu ha modificato le regole di bilancio per scongiurare il default imminente, mentre le casse si svuotano e si attende l'arrivo delle donazioni. Stati Uniti e Cina, i maggiori contributori, hanno accumulato ritardi per miliardi, costringendo l'organizzazione a sopravvivere con risorse minime fino a settembre. La situazione resta precaria, ma il collasso finanziario è stato temporaneamente evitato.
Amnesty International accusa le Forze di Supporto Rapido sudanesi di crimini contro l'umanità e pulizia etnica durante l'attacco a el-Fasher. Il rapporto documenta omicidi, stupri, schiavitù sessuale e violenze mirate contro i bambini, definendo l'assedio uno dei capitoli più sanguinosi della guerra civile. L'organizzazione chiede che i responsabili rispondano di queste atrocità.
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