
Quel piede nella bacinella: l’Odissea antica e la febbre contemporanea
Dal riconoscimento di Euriclea alla riscoperta di Omero su Spotify, il film di Nolan rilancia il mito e accende dibattiti su accuratezza e rappresentazione.
La scena è tra le più intime del poema omerico: Euriclea, la vecchia nutrice, sta lavando i piedi allo straniero giunto a Itaca, quando le dita riconoscono la cicatrice sulla coscia – il segno di una ferita inferta a Ulisse da un cinghiale in gioventù. La brocca cade, l’acqua si rovescia, e in un lampo di giubilo e terrore i due si scambiano uno sguardo complice. È il Canto XIX, e Omero vi sospende il racconto per narrare, in una lunga digressione, l’origine di quel segno. Christopher Nolan ha conservato questa sospensione nel suo adattamento cinematografico, trasformandola in uno dei momenti di più trattenuta emozione della sua Odissea.
Da quel 17 luglio, il film ha innescato un fenomeno culturale di proporzioni globali. In sei giorni ha superato i 320 milioni di dollari di incasso mondiale, di cui oltre 180 in Nord America, surclassando il ritmo di Oppenheimer. In India ha oltrepassato il miliardo di rupie, e in Italia ha riempito le sale nonostante la certificazione per adulti. Ma il mito ha tracimato ben oltre i multiplex: su Spotify, l’audiolibro dell’Odissea ha registrato un balzo di ascolti del 500% il giorno dell’uscita, con 91 edizioni in dieci lingue ascoltate per un tempo equivalente a oltre 43 anni di riproduzione continua. Tra queste figura anche l’italiano, benché il servizio di audiolibri non sia ancora disponibile nel nostro Paese – dettaglio che la dice lunga sulla fame di Omero risvegliata dal kolossal.
L’entusiasmo non è stato unanime. Elon Musk, dopo aver a lungo criticato il cast multietnico, ha annunciato su X che entro fine anno la sua intelligenza artificiale Grok produrrà una versione «storicamente accurata» del poema, e si è detto pronto a finanziare con cento milioni di dollari un adattamento di Mel Gibson con dialoghi in greco omerico. La promessa ha riacceso un dibattito che da mesi opponeva i detrattori del film, soprattutto negli ambienti della destra americana, ai suoi difensori. In molti hanno accusato Nolan di «razzismo anti-bianco» per aver scelto Lupita Nyong’o nei panni di Elena e l’attore transgender Elliot Page in quelli di Sinone. Eppure, come hanno sottolineato intellettuali europei, la pretesa di fedeltà storica per un racconto che mescola dèi, ciclopi e maghe è un controsenso. Nel dibattito italiano, è stata ripresa la citazione di Goethe: «L’Iliade, così come l’Odissea, l’intera opera dei tragici e tutto quello che ci è rimasto di vera poesia vivono e respirano solo negli anacronismi». Aristotele, del resto, distingueva il poeta dallo storico proprio perché il primo racconta ciò che potrebbe accadere, non ciò che è accaduto.
Al cuore del film e del poema, ciò che ha catturato il pubblico contemporaneo è forse il tema universale del ritorno a casa, carico di sensi di colpa e di perdita. Nolan ha confessato di aver visto in Odisseo un eroe tormentato dal disturbo post-traumatico, simile all’Oppenheimer del suo film precedente, e di aver reso centrale la relazione con i compagni, sterminati uno dopo l’altro durante il viaggio. In sala, questo Ulisse psicologico ha diviso: se da un lato si è lodata la modernità introspettiva, dall’altro alcuni classicisti hanno osservato uno scarto rispetto allo spirito antico. Intanto, la febbre per il 70mm IMAX ha spinto gli spettatori a veri e propri viaggi: file interminabili, app di prenotazione in crash, e un pellegrinaggio verso i pochissimi cinema attrezzati, alla ricerca di un’esperienza che molti giudicano insostituibile.
Chiusa la parentesi delle polemiche, resta l’immagine di quella cicatrice, marchio di un’identità che il tempo e le avventure non hanno scalfito. Mentre Euriclea trattiene il respiro e Penelope attende ancora di sapere, il mito continua a parlare a chiunque abbia mai desiderato tornare, e a chi, come il cane Argo, non ha mai smesso di aspettare. Forse è questo l’unico realismo che conta.
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