
L’Iran tratta petrolio con il Giappone, ma la deroga USA è a termine
Teheran ha avviato colloqui con raffinerie nipponiche per la prima volta dal 2019, mentre Tokyo chiede estensione delle sanzioni e sicurezza nel Golfo.
L’Iran ha cominciato a negoziare la vendita di greggio a società giapponesi, sfruttando una licenza temporanea concessa dagli Stati Uniti il 22 giugno scorso, nel quadro dei colloqui di pace a sessanta giorni tra Washington e Teheran. La deroga, che scade il 21 agosto, consente operazioni su petrolio, prodotti petrolchimici e derivati iraniani, revocando di fatto un blocco navale che aveva compresso le esportazioni della Repubblica Islamica ai minimi da diciassette mesi. Secondo fonti iraniane e occidentali, tre acquirenti giapponesi starebbero valutando il primo carico dal 2019, anno in cui Tokyo, Seul, Nuova Delhi e i paesi europei interruppero gli acquisti in seguito all’inasprimento delle sanzioni americane dopo l’uscita di Trump dall’accordo nucleare.
La riapertura del canale commerciale è però subordinata a condizioni che restano in bilico. I potenziali compratori nipponici chiedono un’estensione della licenza oltre agosto, data la durata del trasporto marittimo, e garanzie sulla sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz, dove la scorsa settimana una nave portacontainer è stata attaccata da forze iraniane e dove, secondo l’agenzia marittima dell’Onu, permangono circa ottanta mine galleggianti. Un alto funzionario di una raffineria giapponese ha indicato nell’assicurazione delle petroliere la sfida maggiore, mentre il ministero dell’Economia, Commercio e Industria di Tokyo ha dichiarato di non essere a conoscenza di trattative, precisando che eventuali acquisti spetterebbero ai privati.
La mossa iraniana arriva in un momento di forte contrazione delle vendite alla Cina, storicamente il principale acquirente. I dati delle società di monitoraggio Kepler e Vortexa mostrano che le consegne a Pechino sono scese a circa 1,1 milioni di barili al giorno, il livello più basso in diciassette mesi, a causa della pressione navale americana e del calo della domanda delle raffinerie indipendenti cinesi. Per mantenere i flussi, Teheran ha attinto alle riserve galleggianti in Asia orientale, scese da 130 a 79 milioni di barili, e ha reintrodotto sconti tra 0,50 e 1 dollaro a barile. Parallelamente, le esportazioni complessive dal Golfo Persico sono risalite a oltre 10 milioni di barili al giorno a giugno, trainate dall’aumento delle spedizioni di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, che avevano dirottato parte dei volumi su oleodotti alternativi durante il conflitto.
Per l’Europa e l’Italia, che dal 2018 hanno azzerato gli acquisti diretti dall’Iran, la partita si gioca sull’effetto calmierante che un ritorno stabile del greggio iraniano potrebbe avere sui prezzi globali, già tornati ai livelli pre-bellici dopo la riapertura dello Stretto. Tuttavia, la natura temporanea della licenza e l’incertezza sull’esito dei negoziati di pace lasciano il mercato in una fase di attesa. Il prossimo spartiacque è il 21 agosto: senza un’estensione della deroga o un accordo definitivo, la finestra per le forniture a Tokyo e il rilancio delle esportazioni iraniane potrebbe richiudersi rapidamente.
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L'Iran riprende i negoziati petroliferi con il Giappone come un diritto legittimo nell'ambito della tregua temporanea con gli USA, dimostrando che le sanzioni non sono riuscite a isolare il paese. Il regime presenta questo come una vittoria della diplomazia e della resistenza, mentre mette in guardia che Israele e USA stanno complottando per sabotare l'accordo. La narrazione enfatizza la sovranità iraniana e la capacità di ottenere partenariati economici nonostante le minacce esterne.
La ripresa dei negoziati petroliferi iraniani con il Giappone nell'ambito della tregua con gli USA è una pericolosa concessione che fornirà a Teheran risorse finanziarie per continuare la sua aggressione. Israele vede questo come un segno di debolezza americana e una minaccia alla stabilità regionale, esortando a una linea più dura. La narrazione si concentra sui rischi per la sicurezza e sulla necessità di impedire all'Iran di trarre vantaggio economico.
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