
Hormuz riapre, la produzione OPEC balza: il greggio scende ma la tregua resta incerta
Con la riapertura dello Stretto l’output del Cartello è cresciuto di 3,3 milioni di barili al giorno a giugno, raffreddando i prezzi; la domanda cinese debole e le tensioni diplomatiche frenano però l’ottimismo.
La riapertura dello Stretto di Hormuz, sancita dal memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, ha innescato un recupero rapido della produzione petrolifera del Golfo, ridisegnando in poche settimane gli equilibri del mercato. Secondo le rilevazioni di Bloomberg e Reuters, a giugno l’output dell’OPEC – esclusi gli Emirati Arabi Uniti, usciti dal Cartello a maggio – è balzato di 3,3 milioni di barili al giorno, toccando 19,43 milioni. Il Brent è scivolato fino a sfiorare i 72 dollari, un livello che evapora i picchi di 126 dollari toccati in aprile e riporta le quotazioni vicino ai valori prebellici. La struttura dei futures è virata dal backwardation al contango, segnalando che il mercato sconta un eccesso di offerta a breve termine.
La geografia del recupero è disomogenea. Il Kuwait ha moltiplicato la produzione, passando da 580mila a 1,65 milioni di barili giornalieri; l’Arabia Saudita ha riportato le esportazioni al 90% dei volumi abituali, con almeno cinque superpetroliere già transitate dallo Stretto. L’Iran ha aggiunto 510mila barili al giorno, ma resta circa mezzo milione sotto i livelli di febbraio, con decine di milioni di barili ancora stoccati a terra e su navi cisterna. Nel frattempo gli Emirati, liberi da quote, hanno raggiunto un record di 3,7 milioni di barili al giorno di export. L’aumento dell’offerta si scontra però con una domanda asiatica fiacca: gli acquisti cinesi restano deboli e i prezzi fisici sono crollati, spingendo analisti di Wall Street come Citigroup a prevedere un Brent a 60-65 dollari entro fine anno e Goldman Sachs a stimare un surplus globale di 2-3 milioni di barili al giorno nel 2026.
La calma sui mercati non riflette una pace consolidata. Il processo negoziale è descritto dagli osservatori mediorientali come fragile: gli attacchi reciproci tra forze americane e iraniane nello Stretto, l’assenza di una tabella per il ritiro israeliano dal Libano e le dispute su pedaggi e gestione della via d’acqua mantengono alta l’incertezza. Teheran rivendica il proprio ruolo nella sicurezza della navigazione, mentre Washington insiste sulla libertà di transito. L’intesa, articolata in quattordici punti, apre uno spazio di dialogo ma non scioglie i nodi strategici: il programma nucleare iraniano resta un’incognita e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica si prepara a tornare a ispezionare i siti.
Per l’Europa e l’Italia, la vulnerabilità energetica emersa durante i mesi di blocco non è archiviata. L’S&P Global Market Intelligence stima che il prezzo del Brent dated si manterrà in media a 110 dollari nel 2026, quasi il 90% in più rispetto alle ipotesi pre-conflitto, alimentando un’inflazione globale ancora al 4,1% e divaricando le politiche monetarie: la Fed resterà ferma, mentre BCE e Banca del Giappone hanno già alzato i tassi. Con la crescita dell’Eurozona prevista a un esiguo 0,2%, il costo dell’energia continua a comprimere i margini di imprese e famiglie. Il prossimo banco di prova sarà la riunione OPEC+ di domenica, dove i sette paesi con tagli volontari dovrebbero confermare un aumento di 188mila barili al giorno per agosto, mentre l’Iraq preme per una quota maggiore. La vera partita, tuttavia, si gioca nei colloqui in Svizzera: dalla loro tenuta dipenderà se il surplus di greggio diventerà strutturale o se nuove frizioni riaccenderanno la volatilità.
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La riapertura dello Stretto di Hormuz ha permesso un aumento record delle esportazioni di petrolio dai paesi del Golfo, con Iran e Arabia Saudita in testa. Le esportazioni sono aumentate di oltre 3 milioni di barili al giorno a giugno, superando i 10 milioni. I prezzi del petrolio sono tornati ai livelli pre-conflitto, segnando un trionfo per i produttori.
La produzione iraniana è aumentata di 510.000 barili al giorno dopo la revoca del blocco navale, raggiungendo 2,85 milioni, ma è ancora mezzo milione al di sotto del livello prebellico. Il recupero è solo parziale e richiederà tempo per svuotare le scorte accumulate. La ripresa è incompleta e la fragilità della pace continua a pesare sui prezzi.
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