
Apple alza i prezzi fino al 25%: la memoria per l’IA strozza l’elettronica di consumo
L’aumento immediato su MacBook, iPad e accessori è il primo effetto concreto della crisi dei chip di memoria, che ora colpisce direttamente i listini al dettaglio in tutto il mondo.
Giovedì 25 giugno Apple ha ritoccato verso l’alto i prezzi di quasi tutti i computer Mac, dei tablet iPad e di diversi accessori, con incrementi che negli Stati Uniti vanno dal 15 al 25 per cento. Il MacBook Pro da 14 pollici è passato da 1.699 a 1.999 dollari, l’iPad Air da 599 a 749 dollari, mentre in Europa il MacBook Neo, il portatile più economico della casa, è salito da 699 a 799 euro. La reazione dei mercati è stata immediata: il titolo ha perso oltre il 5% in una sola seduta, bruciando circa 275 miliardi di dollari di capitalizzazione e facendo scivolare Apple al terzo posto tra le società quotate più capitalizzate al mondo.
La causa dichiarata è l’impennata del costo dei chip di memoria DRAM e NAND, componenti essenziali per qualunque dispositivo elettronico. L’espansione rapidissima dei data center per l’intelligenza artificiale ha assorbito una quota crescente della produzione globale di semiconduttori, spingendo i produttori asiatici – in particolare i colossi sudcoreani e taiwanesi – a privilegiare i contratti pluriennali con i fornitori di infrastrutture cloud. Secondo le stime degli analisti di Wall Street, i prezzi dei chip di memoria sono quadruplicati nell’ultimo anno, con aumenti trimestrali superiori al 50% dalla fine del 2025, e la pressione al rialzo potrebbe proseguire almeno fino al 2027.
La mossa di Apple non è isolata. Nelle ultime settimane Microsoft ha annunciato rincari per le console Xbox, Sony e Nintendo hanno rivisto i listini di PlayStation e Switch, mentre Lenovo, Dell e HP hanno già adeguato i prezzi dei loro portatili. L’intera filiera dell’elettronica di consumo è attraversata da quello che gli addetti ai lavori hanno ribattezzato “RAMageddon”, una tempesta perfetta in cui la domanda generata dall’IA sottrae capacità produttiva a smartphone, computer e console. Per i consumatori europei, e italiani in particolare, l’effetto è amplificato dalla debolezza della valuta e da una tassazione che rende i prodotti tecnologici già più cari rispetto al mercato statunitense.
Tim Cook, che lascerà la guida dell’azienda il primo settembre, aveva preparato il terreno descrivendo la situazione come una “inondazione centenaria” e definendo i rincari “inevitabili”. Per ora l’iPhone, che resta la principale fonte di ricavo del gruppo, non è stato toccato, ma la stessa Apple ha lasciato intendere che ulteriori aggiustamenti sono possibili. Il passaggio di consegne a John Ternus avverrà pochi giorni prima della presentazione della nuova generazione di iPhone, attesa a settembre: sarà quello il banco di prova per capire se la crisi dei chip si trasferirà anche sul prodotto più iconico della Mela, con stime che ipotizzano un aggravio compreso tra 150 e 200 dollari per i modelli di punta.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Apple ha aumentato i prezzi di MacBook e iPad di circa il 20%, collegando esplicitamente l'aumento all'impennata dei costi dei chip di memoria trainata dal boom dell'intelligenza artificiale. Si tratta di uno dei primi casi in cui un grande produttore di elettronica di consumo attribuisce direttamente gli aumenti di prezzo alla domanda legata all'IA, segnalando che l'impatto della tecnologia sta ora raggiungendo i consumatori comuni.
MacBook e iPad sono appena diventati molto più costosi, con aumenti fino a 300 dollari, poiché il boom dell'IA fa salire i costi dei chip di memoria. L'AD Tim Cook ha avvertito che gli aumenti erano 'inevitabili', incolpando direttamente l'impennata dell'IA. I consumatori ora sentono il peso finanziario della rivoluzione dell'IA.
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