
Inflazione USA al 4,1%, massimo da tre anni: la Fed prepara la stretta
L’indice PCE di maggio accelera oltre le attese, spinto dal caro-energia e dalla domanda di semiconduttori. I mercati scontano un rialzo dei tassi a settembre, con ripercussioni globali.
L’inflazione statunitense misurata dall’indice PCE, il parametro privilegiato dalla Federal Reserve, ha raggiunto a maggio il 4,1% su base annua, il livello più alto dall’aprile 2023. L’accelerazione, superiore al 3,8% di aprile e in linea con le attese degli analisti, è stata alimentata in primo luogo dal rincaro della benzina, conseguenza del conflitto in Iran e del temporaneo blocco dello Stretto di Hormuz. Tuttavia, anche la componente core, depurata da energia e alimentari, è salita al 3,4%, segnalando pressioni diffuse che vanno oltre lo shock petrolifero e che trovano nuova linfa nella domanda di semiconduttori e apparecchiature legate all’intelligenza artificiale.
Il dato consolida le aspettative di una stretta monetaria imminente. I mercati a termine attribuiscono una probabilità superiore all’80% a un rialzo dei tassi già nella riunione del 15-16 settembre, con un secondo intervento possibile entro fine anno. Il neopresidente della Fed, Kevin Warsh, ha ribadito la determinazione a riportare l’inflazione all’obiettivo del 2%, mancato ormai da oltre cinque anni, mentre le proiezioni trimestrali della banca centrale mostrano che la maggioranza dei membri del FOMC è favorevole a un aumento del costo del denaro nel 2026. Per l’Europa e l’Italia, un dollaro più forte e tassi americani in rialzo potrebbero accentuare i deflussi di capitale e complicare il percorso di allentamento della BCE, già alle prese con una ripresa fragile.
Sul fronte politico, l’impennata dei prezzi rappresenta una minaccia concreta per Donald Trump in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. La senatrice democratica Elizabeth Warren ha attaccato il presidente, ricordando la promessa elettorale di abbattere i costi «dal primo giorno». Trump ha minimizzato i dati, definendo l’inflazione «temporanea» e scommettendo su un rapido rientro una volta conclusa la guerra. I negoziati di pace con l’Iran hanno effettivamente fatto arretrare il prezzo del petrolio, con la benzina scesa sotto i quattro dollari al gallone, ma gli economisti avvertono che ci vorranno mesi prima che la produzione e il traffico navale tornino alla normalità.
A dispetto dell’erosione del potere d’acquisto, i consumi delle famiglie americane hanno tenuto, crescendo dello 0,7% a maggio grazie a rimborsi fiscali più generosi e al rally azionario. Il Dipartimento del Commercio ha inoltre rivisto al rialzo la stima del PIL del primo trimestre, portandola al 2,1% annualizzato. La combinazione di domanda interna resiliente e inflazione vischiosa rende sempre più probabile uno scenario di tassi alti prolungati. Il prossimo appuntamento cruciale sarà la riunione della Fed di settembre, mentre i mercati terranno d’occhio l’evoluzione dei colloqui di pace e i dati sull’occupazione per capire se la locomotiva americana riuscirà a evitare una frenata brusca.
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L'inflazione americana ha raggiunto il livello più alto in tre anni, alimentando i timori di una stretta monetaria da parte della Fed e mettendo sotto pressione l'amministrazione Trump in vista delle elezioni di metà mandato. I prezzi al consumo sono saliti del 4,1% a maggio, segnalando una crisi di accessibilità che potrebbe avere pesanti ripercussioni politiche.
I mercati scommettono su tre rialzi dei tassi da parte della Fed quest'anno, dopo che l'inflazione ha toccato il massimo triennale. L'attenzione è rivolta all'impatto sul prezzo dell'oro, che risente direttamente delle prospettive di politica monetaria americana.
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