
L'ex ministra nigeriana Alison-Madueke assolta a Londra: un verdetto che divide
Dopo quasi undici anni di indagini, la giustizia britannica proscioglie Diezani Alison-Madueke dalle accuse di corruzione, mentre altri casi in Nigeria e Australia tengono accesi i riflettori sui reati dei colletti bianchi.
La Corte della Corona di Southwark, a Londra, ha assolto con verdetto unanime l'ex ministra nigeriana del Petrolio Diezani Alison-Madueke da tutti e sei i capi d'imputazione per corruzione che pendevano su di lei da oltre un decennio. La sentenza, accolta con sollievo dall'imputata e con sconcerto dagli investigatori britannici, chiude uno dei procedimenti più longevi e mediaticamente esposti della National Crime Agency (NCA), l'agenzia che dal 2013 aveva puntato i riflettori su quella che descriveva come una «vita di lusso» incompatibile con gli emolumenti di un ministro. Alison-Madueke, 65 anni, prima donna a presiedere l'OPEC e figura chiave dell'amministrazione Goodluck Jonathan tra il 2010 e il 2015, ha sempre respinto le accuse di aver ricevuto soggiorni in residenze da 2,8 milioni di sterline, contanti e spese folli in cambio di contratti petroliferi, sostenendo di non aver mai avuto reale influenza sulle assegnazioni e di aver servito il Paese con integrità.
Il proscioglimento getta un'ombra sulla strategia processuale della NCA, che secondo osservatori londinesi avrebbe sottovalutato la solidità della difesa, incentrata sulla mancata divulgazione di documenti potenzialmente favorevoli all'imputata. Per gli analisti di Abuja, il verdetto rischia di alimentare la narrativa di una giustizia internazionale selettiva, mentre l'opinione pubblica nigeriana resta divisa tra chi considera l'ex ministra un capro espiatorio e chi la ritiene simbolo di un sistema clientelare mai davvero scalfito. L'eco del caso arriva fino all'Europa continentale: Bruxelles, impegnata nel rafforzamento della Procura europea (EPPO), vi legge un monito sulla difficoltà di perseguire reati transnazionali quando le prove si disperdono tra giurisdizioni e i testimoni chiave risiedono all'estero.
La cronaca giudiziaria di queste settimane offre altri due esempi di quanto la corruzione dei colletti bianchi resti un fenomeno ostinato. A Sydney, la Corte Suprema del Nuovo Galles del Sud ha concesso una libertà su cauzione da un milione di dollari ad Annalouise Spence, accusata di aver sottratto quasi 1,7 milioni di dollari alla filantropa miliardaria Judith Neilson; la donna, che ha trascorso due mesi in un carcere di massima sicurezza, sta per vedersi notificare altri 46 capi d'accusa per appropriazione indebita. Parallelamente, ad Abuja, un tribunale federale sta ascoltando le testimonianze su Hadi Sirika, ex ministro dell'Aviazione nigeriano, che secondo gli inquirenti dell'EFCC avrebbe aggirato le procedure per affidare un appalto da oltre 299 milioni di naira a una società riconducibile a un amico, nell'ambito del fallito progetto Nigeria Air.
Questi tre episodi, pur diversissimi per esito e geografia, disegnano i contorni di una sfida globale che tocca anche l'Italia. La magistratura italiana, da Mani Pulite alle recenti inchieste su fondi europei, sa bene che la corruzione internazionale si annida spesso nei gangli delle commesse energetiche e infrastrutturali. L'assoluzione di Alison-Madueke non cancella il problema, ma ricorda che l'accertamento della verità processuale è un esercizio complesso, dove la presunzione d'innocenza può prevalere anche dopo indagini colossali. Per l'Europa, il messaggio è chiaro: senza una cooperazione giudiziaria più stretta e senza standard probatori condivisi, la lotta alla corruzione rischia di rimanere un'arma spuntata.
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La giustizia britannica subisce una battuta d'arresto con l'assoluzione dell'ex ministra nigeriana del petrolio. Il processo simbolo contro la corruzione si chiude con un verdetto di non colpevolezza, sollevando dubbi sulla solidità dell'accusa.
Dopo oltre un decennio di battaglia legale, Diezani Alison-Madueke è stata pienamente scagionata da tutte le accuse di corruzione. L'ex ministra ha dichiarato che 'Dio non è un uomo', presentando il verdetto come una rivendicazione della sua integrità e la fine di un calvario per la sua famiglia.
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