
L’esercito libanese frena i rientri: «Rischio violazioni israeliane»
Nonostante l’accordo tra Washington e Teheran, Beirut invita gli sfollati a non tornare nei villaggi di confine, mentre Israele dichiara che non ritirerà le truppe.
A poche ore dall’annuncio dell’intesa tra Stati Uniti e Iran per porre fine alla guerra regionale, l’esercito libanese ha diffuso un comunicato che congela le speranze di un immediato ritorno alla normalità. Il comando militare ha esortato gli abitanti dei villaggi meridionali a «rinviare il rientro» e a seguire scrupolosamente le indicazioni delle unità dispiegate sul terreno, invocando il pericolo concreto di «violazioni israeliane» e la presenza di ordigni inesplosi. L’avvertimento, diramato nel primo pomeriggio del 15 giugno, fotografa una realtà di confine ancora incandescente: nonostante le notizie di un cessate il fuoco mediato dal premier pakistano Sharif, le truppe di Tel Aviv hanno ribadito di non sentirsi vincolate all’accordo e di non voler arretrare dalle posizioni occupate nel sud del Libano.
L’intesa tra Washington e Teheran, negoziata in gran segreto e ancora priva di dettagli pubblici, ha generato un misto di sollievo e scetticismo in tutta la regione. A sud del fiume Litani, corrispondenti hanno osservato un timido movimento di famiglie che, con materassi e valigie legate sui tetti delle auto, si avvicinavano ai checkpoint dell’esercito libanese nella speranza di rientrare. Ma la prudenza resta la parola d’ordine: il conflitto che per tre mesi ha visto Hezbollah aprire un fronte di sostegno all’Iran contro Israele ha prodotto la più grave crisi umanitaria nella storia recente del Libano, con oltre 1,2 milioni di sfollati e migliaia di vittime civili. Le infrastrutture del sud sono devastate, e il rischio di munizioni inesplose rende ogni passo verso i villaggi di frontiera un azzardo.
Da Gerusalemme, fonti governative hanno chiarito che lo Stato ebraico non si considera parte dell’intesa e manterrà la propria offensiva contro Hezbollah finché non saranno garantite condizioni di sicurezza unilaterali. Questa posizione, unita alla vaghezza dell’accordo annunciato da Islamabad, alimenta lo scetticismo negli ambienti diplomatici mediorientali e nelle capitali europee. Bruxelles segue con apprensione una tregua che rischia di restare fragile e asimmetrica, mentre Roma guarda con particolare attenzione alla tenuta della missione Unifil, in cui sono schierati oltre mille caschi blu italiani. Il timore è che un ritiro disordinato dei civili o nuovi scontri possano innescare una crisi umanitaria ancora più profonda, con ripercussioni dirette sui flussi migratori verso il Mediterraneo.
L’appello dell’esercito libanese, dunque, non è solo una misura precauzionale, ma il riflesso di un equilibrio regionale che resta sospeso. La cautela imposta ai civili è figlia di un accordo ancora privo di meccanismi di verifica e di un fronte israelo-libanese che vive di logiche proprie, scollegate dal riavvicinamento tra le due potenze rivali. Per gli sfollati che al ponte di Qasmiyeh mostravano il segno di vittoria, la speranza si scontra con la realtà di un territorio da bonificare e di una sovranità statale tutta da ricostruire. Il vero cessate il fuoco, suggeriscono gli analisti di Beirut, inizierà solo quando l’esercito libanese potrà dispiegarsi in sicurezza fino alla Linea Blu, e quando le famiglie potranno tornare senza trovare soldati israeliani dall’altra parte della strada.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Le autorità libanesi hanno avvertito gli sfollati di non precipitarsi a tornare nei villaggi di confine meridionali nonostante l'accordo USA-Iran per porre fine alla guerra, mentre Israele ha dichiarato che non ritirerà le truppe. Il conflitto ha ucciso migliaia di persone e sradicato 1,2 milioni di libanesi, la più letale ricaduta della guerra più ampia. L'esercito ha citato i rischi di violazioni e attacchi israeliani.
L'esercito libanese ha esortato gli sfollati a rimandare il ritorno al sud, citando pericoli immediati come violazioni israeliane e ordigni inesplosi. L'accordo USA-Iran è stato accolto con un misto di speranza e scetticismo; alcune famiglie si preparavano a rientrare nonostante i ministri israeliani dichiarassero di non sentirsi vincolati dall'intesa. Il ritorno dipende ora dalle istruzioni militari, dalle ispezioni sul campo e dall'evoluzione reale dell'accordo annunciato.
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