
L’attacco a una nave mercantile riaccende lo scontro tra Iran e Stati Uniti
Dopo il raid dei droni iraniani nello Stretto di Hormuz, Washington bombarda postazioni costiere, Teheran rivendica ritorsioni e il Bahrein denuncia una violazione della propria sovranità.
La fragile tregua siglata a metà giugno tra Iran e Stati Uniti è stata scossa da una sequenza di azioni militari che hanno riportato lo Stretto di Hormuz al centro della tensione globale. Nelle prime ore di sabato 27 giugno, droni attribuiti a Teheran hanno colpito una nave commerciale con bandiera di Singapore in transito nello stretto; secondo fonti dell’amministrazione americana, uno dei velivoli ha centrato il ponte della nave, mentre altri tre sono stati abbattuti. Washington ha risposto nel giro di poche ore con attacchi aerei mirati contro siti missilistici, di droni e radar lungo la costa iraniana, la prima azione militare diretta dopo la firma del memorandum d’intesa. Poco dopo, il Bahrein ha denunciato che il proprio territorio è stato raggiunto da «un certo numero di droni iraniani», definendo l’accaduto una violazione flagrante della propria sovranità e delle convenzioni internazionali che vietano di colpire infrastrutture civili.
Le capitali coinvolte hanno offerto letture contrapposte della crisi. Il vicepresidente statunitense J.D. Vance ha dichiarato che «la violenza sarà ripagata con la violenza», aggiungendo che se Teheran nutre riserve sull’applicazione dell’intesa «può alzare il telefono»; il presidente Donald Trump ha bollato l’attacco al mercantile come una «stupida violazione» del cessate il fuoco. Da Teheran, il ministero degli Esteri ha condannato i raid americani come una «palese violazione» del memorandum e della Carta delle Nazioni Unite, mentre i Guardiani della rivoluzione hanno annunciato di aver colpito postazioni statunitensi nella regione come atto di ritorsione. Il Bahrein, che ospita la Quinta Flotta americana, ha rivendicato il «pieno e legittimo diritto all’autodifesa» e ha chiesto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di chiamare l’Iran a rispondere dell’attacco. La condanna è stata immediatamente condivisa dai membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo, dall’Arabia Saudita, dall’Egitto, dalla Giordania e dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno letto nell’episodio una minaccia alla stabilità regionale e un ostacolo agli sforzi diplomatici in corso.
La crisi si inserisce in un quadro che tocca direttamente gli interessi energetici e commerciali dell’Europa e dell’Italia. Lo Stretto di Hormuz, prima dell’inizio delle ostilità, vedeva transitare circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale; ogni interruzione prolungata della libertà di navigazione rischia di innescare contraccolpi sui prezzi delle materie prime e sulla sicurezza degli approvvigionamenti del Mediterraneo. Secondo analisti di Bruxelles, il ripetersi di incidenti in quel braccio di mare rende più urgente un coordinamento europeo per la protezione del traffico mercantile, anche alla luce della dipendenza italiana dalle importazioni energetiche via mare. La nota congiunta diffusa dal segretario di Stato americano Marco Rubio e dal Consiglio di Cooperazione del Golfo ha insistito sulla necessità di garantire una «navigazione libera, incondizionata e senza restrizioni» nello stretto, mentre Teheran continua a rivendicare, assieme all’Oman, il diritto di regolamentare il passaggio delle navi.
Il memorandum d’intesa del 17 giugno, nato per chiudere la guerra cominciata a febbraio con i bombardamenti americani e israeliani sull’Iran, prevedeva la cessazione permanente delle operazioni militari e il rispetto della sovranità dei Paesi della regione. I gruppi di lavoro tecnici delle due parti, secondo fonti diplomatiche americane, dovrebbero riprendere i colloqui la prossima settimana in Svizzera, ma la nuova escalation rischia di svuotare quel percorso. Mentre il Bahrein accusa Teheran di aver violato anche la risoluzione 2817 del Consiglio di Sicurezza, l’Iran replica attribuendo a Washington la responsabilità di aver minato per primo l’intesa. Il dossier resta aperto e il prossimo banco di prova sarà la tenuta del formato negoziale elvetico, osservato con attenzione dalle cancellerie europee che temono un allargamento del conflitto all’intera area del Golfo.
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La denuncia del Bahrein su un attacco di droni iraniani viene presentata come un'accusa infondata, mentre Teheran rivendica azioni contro obiettivi legati agli Stati Uniti nella regione. La crisi del cessate il fuoco è inquadrata come conseguenza delle pressioni americane, non di un'aggressione iraniana contro un vicino del Golfo.
L'Iran ha lanciato un attacco di droni contro il Bahrein, violandone la sovranità, e ha colpito una nave commerciale nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti hanno risposto con raid aerei su siti missilistici e radar iraniani, mentre il vicepresidente Vance avverte che la violenza sarà ripagata con la violenza. Il fragile cessate il fuoco è a rischio per l'aggressività iraniana, condannata da numerosi paesi arabi.
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