
L'ascesa dello stress termico globale: un miliardo di persone in più esposte al caldo estremo
Dal 1970 la quota di popolazione mondiale che affronta almeno 90 giorni di forte stress da calore è salita dal 55 al 70%, con conseguenze fisiche e psichiche che colpiscono in modo diseguale il pianeta.
Un miliardo di persone in più rispetto agli anni Settanta è oggi esposta ogni anno a temperature estreme. È il dato di partenza di uno studio pubblicato su Nature Climate Change, che misura lo stress termico attraverso l’Universal Thermal Climate Index, un indicatore capace di catturare non solo i gradi centigradi ma anche l’umidità, la ventilazione e la radiazione solare diretta – cioè come il caldo viene realmente percepito dal corpo umano. Nello stesso arco di tempo la percentuale della popolazione mondiale che sperimenta almeno novanta giorni di forte stress termico all’anno è passata dal 55 al 70 per cento, con un’accelerazione concentrata nell’ultimo decennio.
Il meccanismo che trasforma il caldo in un’emergenza sanitaria è duplice. Sul piano fisiologico, le notti tropicali impediscono il recupero, la disidratazione affatica l’apparato cardiovascolare e il corpo accumula uno sforzo supplementare. Sul piano psicologico, il caldo prolungato agisce come «stressor mentale»: lo ha documentato un gruppo del King’s College di Londra analizzando dodici anni di cartelle cliniche elettroniche nel Regno Unito, dove durante le ondate di calore l’uso dei servizi di salute mentale è cresciuto del 7 per cento e i ricoveri del 6 per cento. Irritabilità, ansia, depressione e affaticamento cognitivo si sommano all’isolamento sociale che spesso accompagna le giornate più torride, specie nei quartieri urbani più densi e privi di verde, dove l’effetto «isola di calore» può alzare le temperature notturne di tre gradi rispetto alla periferia.
L’impatto è geograficamente asimmetrico. Le regioni a più alta esposizione – Africa subsahariana, Asia meridionale e sud-orientale, Penisola arabica e Mediterraneo – coincidono in larga parte con paesi a minore capacità di adattamento. L’Unicef stima che circa 559 milioni di bambini siano già esposti a ondate di calore frequenti, con rischi aggravati dalla minore capacità di termoregolazione infantile. Anziani, lavoratori all’aperto e famiglie in abitazioni mal isolate sono i soggetti più vulnerabili. A questa pressione esterna si aggiungono abitudini quotidiane che, secondo uno studio dell’Università della California del Sud, possono amplificare la risposta allo stress: sonno irregolare, alimentazione squilibrata, sedentarietà, carichi di lavoro senza disconnessione e consumo eccessivo di caffeina creano un circolo vizioso che rende più faticoso affrontare anche gli stressori ambientali.
La risposta non può essere soltanto individuale. Città come Parigi, Copenaghen e Barcellona stanno adottando la regola del 3-30-300 elaborata dal ricercatore olandese Cecil Konijnendijk: ogni abitante dovrebbe vedere almeno tre alberi adulti dalla propria finestra, vivere in un quartiere con il 30 per cento di copertura arborea e avere un parco o uno spazio verde a meno di trecento metri da casa. Per il Mediterraneo, e per l’Italia in particolare, tradurre questo principio in piani urbanistici vincolanti rappresenta il prossimo banco di prova. Il passo successivo da monitorare sarà la velocità con cui i comuni italiani integreranno indicatori di comfort termico e dotazione verde nei propri strumenti di governo del territorio, mentre resta aperto il fronte globale della riduzione delle emissioni, senza la quale l’esposizione al caldo estremo continuerà a crescere nei prossimi decenni.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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La stampa europea continentale descrive l'aumento dello stress termico come una grave crisi sanitaria, sottolineando che non solo la salute fisica ma anche quella mentale è fortemente compromessa, con irritabilità, ansia, depressione e perdita di sonno. Le isole di calore urbane rendono le notti insopportabili e il problema si aggrava, richiedendo un'attenzione urgente.
I media cinesi inquadrano l'impennata dello stress termico come una conseguenza diretta del cambiamento climatico, osservando che un miliardo di persone in più sono ora esposte. Sottolineano che l'Europa sta attualmente soffrendo ondate di calore brutali, suggerendo implicitamente che le nazioni sviluppate non sono immuni dalla crisi climatica che hanno contribuito a creare.
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