
L'Africa verso il 'super' El Niño: danni per 20 miliardi e migrazioni di massa
La Banca africana di sviluppo lancia il primo allarme economico: fino a 20 miliardi di dollari di perdite nei paesi più esposti, con il rischio di un'ondata migratoria senza precedenti.
Il fenomeno climatico El Niño che si profila per la seconda metà del 2026 potrebbe diventare il più intenso dal 1950, con una probabilità del 97% e una forza classificata come “super” nell’81% dei modelli. A lanciare l’allarme è la Banca africana di sviluppo (AfDB), che per la prima volta quantifica l’impatto economico per il continente: tra 10 e 20 miliardi di dollari di danni, con una contrazione del PIL dell’1-2% nei paesi più colpiti. La stima, fornita dal responsabile clima Anthony Nyong, rappresenta un salto di scala nell’analisi dei rischi climatici da parte di una grande banca multilaterale.
Il meccanismo è noto: El Niño porta siccità ostinate in alcune regioni e piogge torrenziali in altre, devastando raccolti, allevamenti e infrastrutture. In Africa orientale e meridionale le conseguenze sono già visibili: l’ultimo episodio (2023-2024) ha causato fallimenti agricoli diffusi, picchi dei prezzi alimentari e innalzamenti record del livello del mare. Ora l’AfDB avverte che il prezzo del mais, alimento base per decine di milioni di persone, potrebbe raddoppiare, innescando migrazioni di massa da paesi già fragili come Sudan, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Mali, Burundi e Nigeria. Proprio in Nigeria, secondo il sistema di allerta precoce FEWS NET, quasi 17 milioni di persone affronteranno una fame acuta entro gennaio 2027, a causa del combinato disposto di conflitti, shock economici e avversità climatiche.
L’urgenza finanziaria è altrettanto drammatica. Per far fronte all’emergenza, l’Africa avrebbe bisogno fino a 100 miliardi di dollari quest’anno, il doppio del fabbisogno già stimato per l’adattamento climatico. Il rischio, denuncia la AfDB, è che i governi cadano in una trappola: costretti a dirottare risorse da sanità e istruzione per riparare i danni, senza poter contare su un’adeguata finanza climatica internazionale. Il contrasto con l’America Latina è istruttivo: in Perù, mentre si moltiplicano i salvataggi della compagnia petrolifera statale Petro-Perú (oltre 17 miliardi di sol negli ultimi anni), restano ineseguiti lavori di prevenzione per oltre 11,6 miliardi di sol. L’analisi di Renta4 SAB segnala che un’intensificazione di El Niño potrebbe correggere del 12% l’indice di Borsa di Lima, colpendo soprattutto aziende esposte come Cementos Pacasmayo.
La Banca africana di sviluppo ha annunciato un seminario interno per settembre, per valutare l’impatto sui propri investimenti e riorientare i progetti. L’obiettivo è mobilitare fondi aggiuntivi da strumenti come il Green Climate Fund, mentre in Perù il nuovo governo guidato da Keiko Fujimori dovrà decidere se continuare a puntellare l’azienda petrolifera o destinare risorse alla messa in sicurezza del paese. La finestra per agire è stretta: l’arrivo del “super” El Niño non è più un’ipotesi, ma una previsione concreta.
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L'Africa è vittima di una calamità imminente che richiede solidarietà e azione preventiva.
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