
Israele subordina il ritiro dal Libano al disarmo di Hezbollah
L’intesa quadro firmata a Washington con la mediazione statunitense congela la presenza militare israeliana nel sud del Paese, mentre il partito sciita la respinge come una resa.
L’accordo quadro siglato venerdì a Washington tra Israele e Libano, con la regia degli Stati Uniti, stabilisce un meccanismo graduale per porre fine alle ostilità, ma subordina ogni ritiro delle forze israeliane dal sud del Paese al disarmo completo di Hezbollah. Secondo quanto dichiarato dal primo ministro Benjamin Netanyahu e dal ministro della Difesa Israel Katz, le truppe manterranno una “zona di sicurezza” che include le alture di al-Shqif (Beaufort) e si estende per circa dieci chilometri in territorio libanese, un’area che dovrà essere liberata da infrastrutture del partito sciita e da popolazione civile. L’intesa prevede un ritiro sperimentale da due villaggi – Zawtar al-Gharbiya e Frun – come banco di prova per il dispiegamento dell’esercito libanese, ma Tel Aviv ha chiarito che la presenza nella fascia di sicurezza potrà protrarsi a tempo indeterminato, con piena libertà d’azione militare per prevenire minacce.
La leadership israeliana descrive l’accordo come un “evento storico” e un colpo strategico all’asse iraniano. Katz ha sostenuto che il testo disegna per la prima volta dopo decenni un confine settentrionale più sicuro, mentre Netanyahu ha ringraziato il governo di Beirut per il “coraggio” dimostrato, interpretando la firma come un messaggio implicito a Hezbollah e a Teheran di lasciare il Libano. Non mancano tuttavia voci critiche all’interno dell’esecutivo: il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha definito l’intesa un “errore madornale”, ritenendo che solo l’esercito israeliano possa neutralizzare il partito sciita e che lo Stato libanese non sia in grado di imporre il disarmo.
Sul versante libanese, Hezbollah ha respinto con durezza il quadro negoziale. Il segretario generale Naim Qassem lo ha bollato come “nullo e privo di legittimità”, accusando il governo di aver concesso una capitolazione unilaterale che legittima l’occupazione israeliana. Nell’ottica di Teheran, principale sostenitore finanziario e militare del partito sciita, l’intesa è parte di un disegno americano e israeliano per smantellare l’“asse della resistenza”. Fonti diplomatiche europee osservano che la tenuta dell’accordo dipenderà in larga misura dalla capacità di Washington di gestire simultaneamente il negoziato con l’Iran sul nucleare e il contenimento delle milizie filo-iraniane, due dossier che Teheran considera strettamente intrecciati.
Per l’Italia e l’Europa, la stabilizzazione del fronte libanese ha riflessi immediati. Il contingente italiano di UNIFIL, schierato nel sud del Paese, si troverebbe a operare in un contesto radicalmente mutato, con una zona di sicurezza israeliana permanente che ridefinisce le regole d’ingaggio e la libertà di movimento. Bruxelles segue con attenzione anche il possibile impatto sugli equilibri energetici del Mediterraneo orientale e sui flussi migratori, mentre resta aperto l’interrogativo su come il governo libanese intenda conciliare gli impegni sottoscritti con l’opposizione interna di Hezbollah. Il testo prevede l’istituzione di un gruppo di coordinamento militare trilaterale con la facilitazione americana; la sua prima riunione operativa è attesa nelle prossime settimane, mentre Netanyahu ha annunciato l’invio di una delegazione a Washington per discutere le ricadute dell’intesa sul dossier nucleare iraniano.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Il cosiddetto accordo è solo un pretesto per prolungare l'occupazione israeliana del Libano meridionale. Tel Aviv, con il sostegno di Washington, tenta di imporre una nuova realtà di sicurezza che viola la sovranità libanese. La resistenza non accetterà questo diktat e continuerà a difendere il territorio.
L'accordo rappresenta una svolta storica che infligge un colpo alle ambizioni regionali dell'Iran. Accettando l'intesa, Beirut lancia un messaggio chiaro: Hezbollah e Teheran non devono interferire nel futuro del Libano. Ciò potrebbe aprire la strada a un confine settentrionale più stabile e sicuro per Israele.
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