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Geopoliticadomenica 14 giugno 2026

L’Iran debutta al Mondiale nell’ombra della guerra, proprio mentre scocca l’ora della pace

La squadra di Ghalenoei arriva a Los Angeles dalla base messicana di Tijuana, tra proteste della diaspora e un accordo di pace annunciato a poche ore dall’atterraggio.

Nemmeno la sceneggiatura più ardita avrebbe potuto immaginare un simile intreccio: l’aereo che trasporta la nazionale iraniana atterra a Los Angeles nel tardo pomeriggio di domenica, scortato da un dispositivo di sicurezza degno di un capo di Stato, e poche ore dopo Washington e Teheran annunciano l’accordo per porre fine al conflitto scoppiato a febbraio. Il volo “Minab 168”, decollato da Tijuana, deposita i giocatori in una California blindata: barriere tattiche attorno all’hotel, droni in ricognizione, marciapiedi transennati e un cordone di poliziotti che tiene a distanza i manifestanti. È l’immagine di un Mondiale che la FIFA non avrebbe mai voluto raccontare, con una nazionale costretta a dormire fuori dal Paese ospitante, in Messico, e a varcare il confine soltanto il giorno prima dell’esordio contro la Nuova Zelanda.

Le radici della tensione affondano nella guerra lampo scatenata dagli Stati Uniti e da Israele alla fine di febbraio. In poche settimane l’Iran vede negati i visti a quindici membri della delegazione, perde il centro di preparazione in Arizona e si trasferisce a Tijuana, dove i collegamenti aerei per le partite del gruppo G – tre sfide, tutte in suolo americano – diventano un tormento logistico. Nella conferenza stampa della vigilia il capitano Mehdi Taremi, attaccante di lungo corso in Europa, rompe il protocollo e accusa la FIFA: “Nessuno mi ha fatto domande sul calcio. La tensione ha minato la gioia del torneo”. Il commissario tecnico Amir Ghalenoei ammette che “ci ha colpiti, è evidente”, pur promettendo una squadra concentrata solo sul campo. Parole che rimbalzano sui media di tutto il mondo, dal Brasile all’Indonesia, e che secondo gli osservatori mediorientali sono il segnale di una ferita diplomatica lontana dall’essere rimarginata.

A rendere il quadro ancora più surreale è la diaspora iraniana della California meridionale. Los Angeles ospita la più grande comunità di espatriati al di fuori dell’Iran – la chiamano “Tehrangeles” – e una parte consistente di essa si prepara a contestare la nazionale in campo. Davanti all’hotel e nei pressi del SoFi Stadium sventolano bandiere con il leone e il sole dell’epoca pre-rivoluzione, mentre un gruppo di manifestanti chiede l’esclusione dell’Iran dalla Coppa del Mondo. Al tempo stesso, come riportano fonti sudamericane, migliaia di tifosi iraniani hanno acquistato i biglietti per la partita inaugurale: si prevede che oltre sessantamila spettatori siano favorevoli al Team Melli, trasformando il match in un plebiscito che ribalterà il significato stesso del fattore campo.

Calcio e geopolitica si intrecciano ora sul prato di Inglewood. Per l’Iran, sette volte qualificato ma mai capace di superare la fase a gironi, la sfida alla Nuova Zelanda – formazione ostica ma sulla carta inferiore – rappresenta un crocevia storico. Il peso del conflitto, le polemiche sui visti e le proteste rischiano di trasformare ogni passaggio filtrante in un atto politico. Eppure, mentre l’accordo di pace scalda i telefoni delle cancellerie, da Bruxelles si guarda con apprensione a un esperimento senza precedenti: una Coppa del Mondo che si gioca in casa del “nemico”, sotto gli occhi di un pubblico diviso. La partita, in fondo, è solo l’inizio di un mese in cui lo sport dovrà dimostrare di saper reggere il peso della Storia.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa iraniana e affiniStampa israeliana
Stampa iraniana e affini/ regime
indignazionevittimismo

L’arrivo della nazionale iraniana a Los Angeles è stato accolto da un cordone di sicurezza umiliante, con droni e barriere che testimoniano l’ostilità degli Stati Uniti. Nonostante le dichiarazioni di buona volontà, le azioni dell’organizzatore rivelano una sistematica ostruzione, suscitando indignazione nei media di Teheran. La presenza della squadra viene comunque celebrata come un atto di orgoglio nazionale in terra ostile.

Stampa israeliana/ sicurezza
pragmatismodistacco

Con l’annuncio dell’accordo di pace poche ore prima, l’arrivo dell’Iran a Los Angeles sposta il racconto dalla guerra allo sport. La fine del conflitto permette di concentrarsi sul calcio, un sollievo pragmatico accolto con favore dagli osservatori israeliani. L’allenatore ha espresso gioia nel rappresentare una nazione fiera, lasciando intendere che il torneo possa voltare pagina rispetto alle recenti ostilità.

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