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Giustizia e Dirittomercoledì 15 luglio 2026

Iran esegue la terza condanna a morte in una settimana, nel mirino i manifestanti di dicembre

Mohammad Amini Dehaghani è stato giustiziato per aver lanciato molotov contro la prefettura di Dehaghan; le organizzazioni umanitarie denunciano processi-farsa e un’impennata delle esecuzioni dopo l’inizio del conflitto con Stati Uniti e Israele.

Le autorità giudiziarie iraniane hanno annunciato l’esecuzione, all’alba di mercoledì 15 luglio 2026, di Mohammad Amini Dehaghani, condannato per «moharebeh» (guerra contro Dio) e «corruzione sulla terra» in relazione agli scontri del 9 gennaio scorso a Dehaghan, nella provincia di Isfahan. Secondo la magistratura di Teheran, l’uomo avrebbe lanciato due ordigni incendiari contro la sede del governatorato e la locale stazione di polizia, incitato la folla all’assalto e tentato di impossessarsi di un fucile Kalashnikov sottratto alle forze di sicurezza. L’esecuzione, la terza in pochi giorni dopo quelle di due cittadini accusati di affiliazione all’Isis, porta a oltre quaranta le condanne capitali eseguite in Iran dall’inizio dell’anno, diciotto delle quali riguardano partecipanti alle proteste scoppiate a fine dicembre 2025.

La ricostruzione ufficiale, basata su filmati di videosorveglianza e su confessioni che la stessa magistratura definisce spontanee, inserisce Dehaghani in una rete di «collaboratori del nemico» che avrebbero diffuso propaganda anti-governativa, contattato account vicini alla famiglia Pahlavi e cercato di procurarsi armi. Di segno opposto la lettura delle organizzazioni per i diritti umani con sede in Norvegia e negli Stati Uniti, nonché di Amnesty International e del relatore speciale delle Nazioni Unite sull’Iran: esse sostengono che le confessioni siano state estorte sotto tortura, che gli imputati siano stati privati di un avvocato di fiducia e che i processi si siano svolti in assenza di garanzie difensive. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani ha parlato di un uso «strumentale» della pena di morte per reprimere il dissenso e diffondere terrore nella società.

L’ondata esecutiva si colloca in un contesto segnato da due eventi traumatici. Le manifestazioni di dicembre e gennaio, innescate dal crollo del rial (il dollaro è passato da 820mila a 1,42 milioni di rial in un anno) e dall’impennata dell’inflazione, si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica di massa, repressa con un bilancio di vittime che fonti governative fissano a circa 3.100 morti, mentre organizzazioni come Herana ne contano oltre 7.000. Poco più di un mese dopo, il 28 febbraio, l’attacco militare congiunto di Stati Uniti e Israele ha aperto un conflitto che Teheran descrive come una guerra imposta dall’esterno. Da allora, secondo i dati diffusi da Ong e Nazioni Unite, il numero di esecuzioni è cresciuto in modo esponenziale: nel solo 2025 erano state almeno 1.639, il dato più alto dal 1989, e l’Iran si conferma secondo solo alla Cina per condanne capitali eseguite.

Sul piano diplomatico, Washington ha chiesto pubblicamente a Teheran di non giustiziare i manifestanti, mentre le capitali europee, Bruxelles in testa, hanno moltiplicato le condanne e gli appelli per una moratoria universale della pena di morte. L’Italia, che storicamente promuove la campagna per l’abolizione, segue il dossier con attenzione anche in ragione dei possibili riflessi sui flussi migratori e sulla stabilità regionale. Al momento, secondo fonti vicine ai difensori dei diritti umani, almeno altri quattro detenuti legati alle proteste di dicembre attendono l’esito del ricorso in Corte Suprema, mentre la magistratura iraniana ha annunciato l’intenzione di accelerare l’iter per tutti i fascicoli aperti dopo l’inizio delle ostilità. L’attenzione internazionale resta alta, ma gli strumenti di pressione effettiva appaiono limitati.

Divergenza — chi la racconta come
Asse: Repressione vs. Giustizia
71%Alta
3 blocchi · posizioni da −0.80 a +0.80
Critici del regime iranianoSostenitori del regime iraniano
ATLIRNALM
Divergenza tra blocchi di stampa
Stampa atlantica / anglosfera−0.80critical
Stampa iraniana e affini+0.80aligned
Stampa arabo levante-Maghreb−0.60critical
Stampa atlantica / anglosfera−0.80
Voce

Il regime iraniano uccide un altro manifestante mentre le condizioni carcerarie sono disumane.

Meccanismoumanizzazione della vittima

Descrivendo dettagliatamente la sofferenza dei detenuti, crea empatia e condanna il regime.

Omissione

Omette le confessioni e le prove video che il regime sostiene di avere.

IndignazioneAllarmeUrgenza
Stampa iraniana e affini+0.80
Voce

La giustizia ha punito un criminale che ha collaborato con il nemico.

Meccanismogiudizializzazione

Presentando l'esecuzione come un atto legale e necessario, legittima la repressione.

Omissione

Omette le condizioni carcerarie disumane e le critiche internazionali.

TrionfoPaternalismoRevanscismo
Stampa arabo levante-Maghreb−0.60
Voce

L'Iran continua a giustiziare i manifestanti in un clima di guerra.

Meccanismocontestualizzazione geopolitica

Collegando l'esecuzione al conflitto con gli USA, amplia la critica al regime.

Omissione

Non riporta i dettagli specifici delle prove o le condizioni carcerarie.

AllarmeIndignazioneScetticismo

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mercoledì 15 luglio 2026

Iran esegue la terza condanna a morte in una settimana, nel mirino i manifestanti di dicembre

Mohammad Amini Dehaghani è stato giustiziato per aver lanciato molotov contro la prefettura di Dehaghan; le organizzazioni umanitarie denunciano processi-farsa e un’impennata delle esecuzioni dopo l’inizio del conflitto con Stati Uniti e Israele.

Le autorità giudiziarie iraniane hanno annunciato l’esecuzione, all’alba di mercoledì 15 luglio 2026, di Mohammad Amini Dehaghani, condannato per «moharebeh» (guerra contro Dio) e «corruzione sulla terra» in relazione agli scontri del 9 gennaio scorso a Dehaghan, nella provincia di Isfahan. Secondo la magistratura di Teheran, l’uomo avrebbe lanciato due ordigni incendiari contro la sede del governatorato e la locale stazione di polizia, incitato la folla all’assalto e tentato di impossessarsi di un fucile Kalashnikov sottratto alle forze di sicurezza. L’esecuzione, la terza in pochi giorni dopo quelle di due cittadini accusati di affiliazione all’Isis, porta a oltre quaranta le condanne capitali eseguite in Iran dall’inizio dell’anno, diciotto delle quali riguardano partecipanti alle proteste scoppiate a fine dicembre 2025.

La ricostruzione ufficiale, basata su filmati di videosorveglianza e su confessioni che la stessa magistratura definisce spontanee, inserisce Dehaghani in una rete di «collaboratori del nemico» che avrebbero diffuso propaganda anti-governativa, contattato account vicini alla famiglia Pahlavi e cercato di procurarsi armi. Di segno opposto la lettura delle organizzazioni per i diritti umani con sede in Norvegia e negli Stati Uniti, nonché di Amnesty International e del relatore speciale delle Nazioni Unite sull’Iran: esse sostengono che le confessioni siano state estorte sotto tortura, che gli imputati siano stati privati di un avvocato di fiducia e che i processi si siano svolti in assenza di garanzie difensive. L’Alto Commissario ONU per i diritti umani ha parlato di un uso «strumentale» della pena di morte per reprimere il dissenso e diffondere terrore nella società.

L’ondata esecutiva si colloca in un contesto segnato da due eventi traumatici. Le manifestazioni di dicembre e gennaio, innescate dal crollo del rial (il dollaro è passato da 820mila a 1,42 milioni di rial in un anno) e dall’impennata dell’inflazione, si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica di massa, repressa con un bilancio di vittime che fonti governative fissano a circa 3.100 morti, mentre organizzazioni come Herana ne contano oltre 7.000. Poco più di un mese dopo, il 28 febbraio, l’attacco militare congiunto di Stati Uniti e Israele ha aperto un conflitto che Teheran descrive come una guerra imposta dall’esterno. Da allora, secondo i dati diffusi da Ong e Nazioni Unite, il numero di esecuzioni è cresciuto in modo esponenziale: nel solo 2025 erano state almeno 1.639, il dato più alto dal 1989, e l’Iran si conferma secondo solo alla Cina per condanne capitali eseguite.

Sul piano diplomatico, Washington ha chiesto pubblicamente a Teheran di non giustiziare i manifestanti, mentre le capitali europee, Bruxelles in testa, hanno moltiplicato le condanne e gli appelli per una moratoria universale della pena di morte. L’Italia, che storicamente promuove la campagna per l’abolizione, segue il dossier con attenzione anche in ragione dei possibili riflessi sui flussi migratori e sulla stabilità regionale. Al momento, secondo fonti vicine ai difensori dei diritti umani, almeno altri quattro detenuti legati alle proteste di dicembre attendono l’esito del ricorso in Corte Suprema, mentre la magistratura iraniana ha annunciato l’intenzione di accelerare l’iter per tutti i fascicoli aperti dopo l’inizio delle ostilità. L’attenzione internazionale resta alta, ma gli strumenti di pressione effettiva appaiono limitati.

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Asse: Repressione vs. Giustizia
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Omette le confessioni e le prove video che il regime sostiene di avere.

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La giustizia ha punito un criminale che ha collaborato con il nemico.

Meccanismogiudizializzazione

Presentando l'esecuzione come un atto legale e necessario, legittima la repressione.

Omissione

Omette le condizioni carcerarie disumane e le critiche internazionali.

TrionfoPaternalismoRevanscismo
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L'Iran continua a giustiziare i manifestanti in un clima di guerra.

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