
Il petrolio ai minimi pre-bellici, ma la tregua sullo Stretto di Hormuz è fragile
I colloqui tra Washington e Teheran spingono le quotazioni sotto i 71 dollari, mentre gli analisti avvertono che la normalizzazione dei flussi è ancora parziale e i rischi geopolitici restano elevati.
Il prezzo del greggio Brent è sceso per la terza seduta consecutiva fino a 70,80 dollari al barile, il livello più basso dalla fine di febbraio, prima che il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran sconvolgesse i mercati energetici globali. La flessione è stata innescata dall’annuncio del Qatar, che ha parlato di «progressi positivi» nei colloqui indiretti tra Washington e Teheran incentrati sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il memorandum d’intesa firmato a metà giugno ha già permesso la ripresa del transito delle petroliere, riportando i flussi a circa 10 milioni di barili al giorno, ancora ben al di sotto dei 18-19 milioni precedenti la guerra.
La graduale normalizzazione della via d’acqua da cui transita un quinto del petrolio mondiale sta consentendo ai produttori del Golfo di riattivare la capacità produttiva. L’Arabia Saudita ha ripristinato circa il 90% delle esportazioni pre-belliche, gli Emirati Arabi Uniti hanno raggiunto a giugno il tasso di export più alto dal 2017, mentre il Kuwait ha più che raddoppiato la produzione mensile. Secondo gli analisti energetici con sede nel Golfo, tuttavia, l’attuale ripresa rappresenta una «situazione temporanea» e non un recupero stabile: per un riequilibrio duraturo serviranno mesi, e le minacce del comando militare congiunto iraniano, che giovedì ha promesso una «risposta immediata e vigorosa» a qualsiasi deviazione dalle rotte approvate, confermano la precarietà del quadro.
Le valutazioni degli istituti finanziari occidentali divergono da quelle degli esperti regionali. Grandi banche d’affari come UBS e Citibank hanno rivisto al ribasso le stime sui prezzi, scommettendo su un ulteriore aumento delle forniture: UBS ha tagliato di 25 dollari la previsione per il Brent nel terzo trimestre, portandola a 80 dollari, mentre Citibank vede il greggio a 65 dollari nel 2027. Al contrario, analisti mediorientali come Mohammed al-Shatti ritengono che i prezzi siano «molto al di sotto di quanto dovrebbero» e che il mercato sia esposto a un rialzo in caso di stallo negoziale o escalation. Per l’Europa e l’Italia, la discesa dei corsi offre un sollievo temporaneo ai costi energetici, ma la dipendenza dalle rotte mediorientali mantiene elevata la vulnerabilità a nuovi shock.
Il prossimo appuntamento diplomatico è atteso dopo i funerali della Guida suprema Ali Khamenei, il 9 luglio, mentre domenica i paesi OPEC+ si riuniranno per decidere un probabile aumento delle quote produttive da agosto. La traiettoria dei prezzi dipenderà dalla capacità dei negoziati di trasformare la fragile tregua in un’intesa stabile, in un contesto in cui la retorica militare iraniana continua a ricordare che la crisi dello Stretto di Hormuz è tutt’altro che risolta.
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | +0.40 | aligned |
| Stampa atlantica / anglosfera | +0.60 | aligned |
Gli stati arabi del Golfo mettono in guardia: l’accordo USA-Iran è una minaccia per la loro sicurezza, non una vittoria per la pace.
Si costruisce una gerarchia di minacce in cui l’accordo viene presentato come un pericolo per la stabilità regionale, superiore ai benefici economici immediati.
Viene omesso il potenziale impatto positivo della riduzione dei prezzi del petrolio sui consumatori globali e sulle economie importatrici.
Le economie latinoamericane accolgono il calo del petrolio come un sollievo per le loro bilance commerciali, senza schierarsi politicamente.
Si adotta un approccio pragmatico che riduce la complessità geopolitica a un semplice calcolo di costi-benefici, ignorando le implicazioni strategiche.
Viene omesso il ruolo dell’Iran come attore regionale e le possibili conseguenze per la stabilità del Medio Oriente.
Gli Stati Uniti riaffermano la propria leadership: il calo del petrolio dimostra che la loro diplomazia ha prevalso, portando stabilità globale.
Si personifica lo stato americano come attore razionale e benevolo, attribuendo il successo esclusivamente alla sua iniziativa, mentre si minimizza il ruolo dell’Iran o delle forze di mercato.
Viene omesso il punto di vista iraniano e la possibilità che il calo dei prezzi sia dovuto anche a fattori economici indipendenti dai negoziati.
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