
Il lampo dell’autovelox e il conto salato: viaggio nelle nuove crociate stradali
Da San Paolo a Berlino, da Teheran a Buenos Aires, l’inasprimento di multe e controlli ridisegna il rapporto tra cittadini, tecnologia e sicurezza.
Sul marciapiede di una via secondaria di San Paolo, un ragazzo guarda la sua «cinquentinha» elettrica sollevata dal carro attrezzi. L’aveva comprata per sgusciare nel traffico, ignaro che da gennaio servissero targa e patente. In sei mesi, nello stato di San Paolo, 2.370 ciclomotori sono finiti così, sequestrati, e 3.657 multe hanno punito per lo più la mancanza di documenti. Undici verbali, nella sola capitale, hanno colpito chi transitava sul marciapiede, infrazione che fino a ieri sembrava tollerata. La scena si ripete identica in angoli lontani del pianeta, con protagonisti diversi ma la stessa dinamica: una regola che si stringe, una multa che arriva, un veicolo che scompare nel deposito.
A Berlino il rumore è quello ovattato di un flash. Settanta autovelox fissi e un’ottantina di postazioni mobili hanno registrato nel 2025 infrazioni per 38 milioni di euro, quasi tutti per eccesso di velocità o semaforo rosso. Secondo i dati diffusi dalle autorità tedesche, l’obiettivo dichiarato non è il bilancio ma la sicurezza, eppure la cifra – equivalente a circa 550 crore di taka bengalesi, come ha sottolineato un quotidiano di Dacca – alimenta il dibattito su quanto la tecnologia possa diventare un esattore silenzioso. In Medio Oriente, a Teheran, la polizia stradale ha registrato 441 mila infrazioni di motociclisti dall’inizio dell’anno: 327 mila per il solo mancato uso del casco. Il capo della polizia stradale, il generale Mousavi Pour, ha ricordato che il casco «non è solo un obbligo legale, ma la barriera più importante contro colpi letali», e ha annunciato il fermo di una settimana alla prima violazione, di un mese alla recidiva.
In America Latina la stretta tocca anche chi vive al volante. Nella provincia di Buenos Aires, il nuovo regime per la licenza professionale di autisti di camion e autobus ha fatto lievitare il costo del rinnovo da circa 22.000 a 294.000 pesos, con un aumento del 1200%. Il decreto nazionale 196/2025 ha eliminato la vecchia LINTI e imposto esami psicofisici e corsi teorico-pratici presso prestatori privati registrati dall’Agenzia nazionale per la sicurezza stradale. Secondo le analisi di osservatori sudamericani, parte dei proventi finisce all’opera sociale del sindacato dei camionisti, sollevando accuse di conflitto di interessi. I conducenti denunciano un sistema più lento e burocratico, che rischia di lasciare a terra migliaia di lavoratori. «Il patentino professionale non è una pratica qualsiasi, è lo strumento di lavoro di migliaia di bonaerensi», sintetizza un autista intervistato da una radio locale.
La geografia delle sanzioni disegna un pianeta che cerca di mettere ordine nel caos della mobilità, ma lo fa con strumenti e sensibilità diverse. In Germania il dibattito resta ancorato all’efficacia preventiva delle telecamere; in Iran la retorica è quella della protezione della vita; in Brasile e Argentina la tensione è tra sicurezza e costo sociale. A Buenos Aires, intanto, circolare senza la revisione tecnica obbligatoria può costare fino a 2.215.000 pesos, mentre il sistema a punti prevede la sospensione della patente per chi perde tutti i 20 punti iniziali. Il comune denominatore è un’accelerazione normativa che, secondo gli analisti europei, riflette la pressione per ridurre l’incidentalità ma rischia di scaricare sui più fragili il peso del cambiamento.
A notte fonda, su un viale di Berlino, il lampo di un autovelox illumina per un istante la targa di un’auto solitaria. Non c’è nessuno a protestare, solo il clic dell’otturatore e, qualche giorno dopo, una busta nella cassetta delle lettere. È l’immagine di un’epoca in cui la regola arriva senza volto, ma con un conto preciso.
| Stampa iraniana e affini | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.40 | critical |
| Stampa indiana e sudasiatica | −0.10 | neutral |
La polizia stradale di Teheran, sostenuta dallo Stato, presenta i motociclisti come una minaccia costante e giustifica multe severe per proteggere la sicurezza pubblica.
L'enumerazione dettagliata di decine di tipi di violazione normalizza l'idea che ogni infrazione sia grave e che la repressione sia l'unica risposta ragionevole.
Non menziona l'impatto economico delle multe sui motociclisti, né il fatto che in altre città le sanzioni sono spesso viste come fonte di entrate, non solo di sicurezza.
I conducenti e l'opposizione criticano il governo per aumenti improvvisi e costosi, definendo le nuove regole un peso ingiusto per lavoratori e cittadini.
La ripetizione di cifre percentuali elevate (1200%) e l'uso di importi assoluti (milioni di pesos) creano una percezione di esorbitanza, spostando il dibattito dalla sicurezza alla convenienza economica.
Non considera i potenziali benefici in termini di sicurezza stradale o la riduzione di incidenti che queste misure potrebbero portare.
L'agenzia di stampa sudasiatica riporta il dato sulle multe berlinesi come un'informazione neutrale, sottolineando che il fine è la sicurezza, non il profitto.
Convertendo la cifra in una valuta locale molto grande (550 miliardi di taka) e subito dopo dichiarando che le entrate non sono l'obiettivo, si smonta preventivamente l'accusa implicita di avidità, rendendo il sistema apparentemente virtuoso.
Non discute se le multe siano proporzionate o se possano gravare in modo sproporzionato su ceti a basso reddito, né confronta l'efficacia rispetto ad altre città.
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