
I 250 anni degli Stati Uniti tra celebrazioni blindate e crisi della democrazia
Mentre Washington allestisce una fiera statale segnata da bassa affluenza e simbologia confessionale, due americani su tre temono per la tenuta delle istituzioni.
Il duecentocinquantesimo anniversario dell’Indipendenza degli Stati Uniti, che si celebra domani 4 luglio 2026, si sta svolgendo in un clima di polarizzazione estrema e di distacco emotivo da parte di ampi settori della popolazione. Secondo i sondaggi citati dalla stampa nordamericana, due cittadini su tre esprimono timori per la tenuta della democrazia, mentre un quinto dichiara che non parteciperà ad alcuna festa. A Washington, l’amministrazione Trump ha trasformato il National Mall in una “Grande Fiera Statale Americana” di 125 ettari, presidiata da soldati della Guardia Nazionale e veicoli militari. I padiglioni espositivi, descritti da testimoni come semivuoti e realizzati in materiali effimeri, mescolano innovazione tecnologica, omaggio all’industria vicina al presidente e una dichiarata adesione al cristianesimo evangelico, con spazi dedicati alla lotta contro l’aborto e pubblicazioni che definiscono la pandemia di Covid-19 una cospirazione contro le libertà.
La retorica ufficiale insiste sul ritorno alla grandezza nazionale, ma il patriottismo ha toccato minimi storici nelle rilevazioni Gallup. La storica Beverly Gage, premio Pulitzer, in un volume pubblicato per l’occasione ricorda come solo confrontando i princìpi fondativi di libertà e uguaglianza con le contraddizioni mai risolte – dalla schiavitù alle disuguaglianze attuali – si possa comprendere il percorso americano. Nel discorso pubblico, tuttavia, prevale una frattura fra chi vede nell’anniversario un’ode alla divisione partigiana e chi, come il movimento “No Kings”, denuncia una stretta sui diritti civili, sulla libertà di espressione e un uso politico del Dipartimento di Giustizia contro gli avversari. Lo storico Alan Taylor, intervistato da L’Espresso, parla di un presidente che non rispetta le norme politiche costruite in due secoli e mezzo e che governa per ordini esecutivi, svilendo il Congresso e attaccando i giudici quando non si allineano.
Sul piano internazionale, la celebrazione viene osservata con disagio dagli alleati storici. Da Canberra, un editoriale del Sydney Morning Herald definisce la ricorrenza “avvolta nella vanagloria” e segnala come la fiera sia stata funestata da diserzioni di artisti, incidenti organizzativi e dal deterioramento della vasca riflettente del Lincoln Memorial, riqualificata con un investimento milionario e già segnata da alghe e vernice scrostata. Per i partner europei e per l’Italia, che intrattiene con Washington solidi legami nella NATO e un interscambio commerciale esposto a dazi improvvisi, la deriva personalistica e l’indebolimento dei contrappesi istituzionali rappresentano un fattore di imprevedibilità. Bruxelles segue con attenzione anche la guerra in Medio Oriente, che la Casa Bianca conduce senza una conclusione definita, e l’uso di tariffe unilaterali giustificate con argomentazioni storiche, come il dazio “anti-schiavitù” imposto all’Australia.
L’unico risultato rivendicato dall’esecutivo, il crollo dell’immigrazione irregolare, è stato ottenuto – sottolineano analisti latinoamericani ed europei – al prezzo di raid violenti condotti dall’agenzia ICE e del tentativo, bloccato dalla Corte Suprema, di abolire lo ius soli per decreto. Mentre i fuochi d’artificio previsti per la notte del 4 luglio tenteranno di entrare nel Guinness dei primati, il dossier politico resta aperto: la commemorazione dei 250 anni non sta ricucendo lo strappo fra l’orgoglio identitario e il dubbio sulla tenuta del patto democratico, e le prossime scadenze elettorali di metà mandato si avvicinano in un clima in cui, per usare l’immagine di Benjamin Franklin, non è chiaro se il sole sulla nazione stia sorgendo o tramontando.
| Stampa atlantica / anglosfera | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.60 | critical |
| Stampa latinoamericana | −0.80 | critical |
| Stampa indiana e sudasiatica | +0.10 | neutral |
L'America guarda al proprio bicentenario con autocritica, riconoscendo divisioni ma anche resilienza democratica.
Si presenta il declino patriottico come un fenomeno globale e fisiologico, normalizzando le tensioni interne.
L'Europa osserva con preoccupazione il declino democratico americano, visto come una minaccia alla stabilità globale.
Si costruisce una gerarchia di minacce in cui i problemi interni USA diventano un pericolo per l'ordine mondiale.
L'America imperialista mostra infine le sue crepe, e le ex colonie osservano con soddisfazione la crisi democratica.
Gli Stati Uniti vengono personificati come un impero in declino, attribuendo intenzioni malevole alle sue politiche.
L'India guarda agli USA come partner, minimizzando le dispute interne americane per concentrarsi sugli interessi comuni.
Si adotta un approccio de-politicizzato, riducendo le crisi democratiche a variabili trascurabili nella relazione.
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