
Firmato a Washington l’accordo quadro Israele-Libano: disarmo di Hezbollah e ritiro graduale
Il testo, mediato dagli Stati Uniti, delinea zone pilota per il dispiegamento dell’esercito libanese e l’avvio di negoziati diretti, mentre restano forti le resistenze del partito sciita e le incognite sull’attuazione.
Israele, Libano e Stati Uniti hanno firmato venerdì a Washington un accordo quadro trilaterale che punta a chiudere il fronte di guerra in Libano e a creare le condizioni per un trattato di pace fra i due Paesi confinanti. Il testo, diffuso dal Dipartimento di Stato, delinea un processo a tappe: l’esercito libanese assumerà progressivamente il controllo della sicurezza in «zone pilota» – due aree già concordate, una a sud e una a nord del fiume Litani – mentre le Forze di difesa israeliane avvieranno un ripiegamento graduale, subordinato alla verifica del disarmo dei gruppi armati non statali, in primo luogo Hezbollah. Secondo fonti diplomatiche a Washington, l’intesa è il frutto di cinque cicli di colloqui diretti e prevede l’istituzione immediata di gruppi di lavoro per redigere un accordo di pace e sicurezza onnicomprensivo, con la mediazione attiva degli Stati Uniti.
Nell’architettura dell’accordo, il governo libanese si impegna a ripristinare il monopolio statale dell’uso della forza e a realizzare il disarmo completo e verificabile di tutte le milizie, garantendo che nessun attore non statale conservi capacità militari o ruoli di sicurezza sul territorio nazionale. Israele, da parte sua, dichiara di non nutrire ambizioni territoriali in Libano e afferma che la cessazione della minaccia posta da Hezbollah eliminerà ogni futura necessità di operazioni militari o presenza dell’Idf oltre confine. Washington, secondo quanto annunciato dal segretario di Stato Marco Rubio, stanzierà cento milioni di dollari in assistenza umanitaria e rimborserà trenta milioni di dollari all’esercito libanese per rafforzarne le capacità operative, mentre un gruppo di coordinamento militare trilaterale vigilerà sull’attuazione dell’intesa.
La reazione di Hezbollah è stata di netta chiusura: il segretario generale Naim Qassem ha ribadito che Israele deve ritirarsi «incondizionatamente da ogni centimetro di terra libanese», e il deputato del partito Hassan Fadlallah ha messo in guardia dal rischio di una guerra civile. Nell’ottica di Teheran, che non ha ancora espresso una posizione ufficiale, i media vicini al regime descrivono l’accordo come un piano per smantellare la «resistenza» e liquidare Hezbollah. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in un videomessaggio, ha invece definito l’intesa un duro colpo per l’Iran e per il partito sciita, precisando che le forze israeliane resteranno nella fascia di sicurezza finché Hezbollah non sarà disarmato. Secondo analisti europei, la distanza fra le dichiarazioni delle parti e la mancanza di una scadenza vincolante per il ritiro israeliano rendono il percorso attuativo estremamente fragile.
L’accordo si inserisce in un quadro regionale segnato dalla guerra scoppiata dopo l’uccisione della guida suprema iraniana Ali Khamenei e dall’offensiva israeliana nel sud del Libano, che ha provocato oltre quattromila morti e più di un milione di sfollati. La tregua in vigore da metà giugno resta precaria, e l’intesa di Washington è stata accolta con cautela anche a Bruxelles, dove l’Unione Europea si è detta pronta a sostenere l’implementazione, ma sottolinea la necessità di un cessate il fuoco stabile. Per l’Italia, che guida il contingente Unifil nel sud del Libano, il successo del disarmo e del dispiegamento dell’esercito libanese nelle zone pilota rappresenta un passaggio cruciale per la sicurezza dei caschi blu e per la stabilizzazione di un’area da cui dipendono gli equilibri del Mediterraneo orientale. I prossimi passi concreti sono attesi con la convocazione dei gruppi di lavoro e la definizione del meccanismo di verifica, mentre resta aperto l’interrogativo su come il governo di Beirut potrà imporre il disarmo a Hezbollah senza innescare una crisi interna.
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