Accedi
Edizione delle 16:00 CETlunedì 15 giugno 2026
285 testate · 16 lingue926 briefing oggi
Energia e Climasabato 13 giugno 2026

Il paradosso di Reform: le roccaforti alluvionate e l’ombra lunga della Brexit

Mentre Nigel Farage si candida a primo ministro e il Labour si divide, il partito sovranista raccoglie consensi proprio nelle aree più esposte alla crisi climatica che nega.

Il futuro politico del Regno Unito si sta scrivendo su un terreno sempre più fragile, minato dalle inondazioni e dalle fratture ideologiche. Secondo analisti britannici, otto delle dieci circoscrizioni più vulnerabili al rischio idrogeologico sono attualmente orientate verso Reform UK, il partito guidato da Nigel Farage che continua a guardare con scetticismo alle politiche climatiche e agli impegni per le emissioni zero. È un paradosso che potrebbe esplodere con l’intensificarsi degli eventi estremi: le comunità che più subiranno l’impatto del riscaldamento globale stanno premiando una forza politica che considera la transizione ecologica un lusso dannoso. Con il Regno Unito reduce da un’ondata di caldo record e l’incombente fenomeno del Super El Niño, la tensione tra consenso elettorale e realtà fisica del territorio diventa un nodo difficile da sciogliere.

Intanto, Nigel Farage affila le sue ambizioni. In un’intervista rilasciata alla stampa italiana, il leader di Reform UK ha dichiarato di sentirsi «pronto a fare il primo ministro», evocando la Brexit come un successo di sovranità incompiuto e agitando lo spettro di una presunta discriminazione dei bianchi, con Belfast indicata come «solo un avviso». Il decennale del referendum, che si avvicina, riaccende i riflettori su una ferita ancora aperta: da Bruxelles si osserva con attenzione il riemergere di un discorso che dipinge l’Unione come un vincolo da cui liberarsi definitivamente, mentre a Westminster voci dissonanti iniziano a incrinare la disciplina laburista. Wes Streeting, ex ministro della Sanità ora critico interno, ha definito la Brexit un «errore catastrofico», segnalando una frattura generazionale e politica che il primo ministro Starmer fatica a contenere.

La tensione si materializza nel microcosmo dell’elezione suppletiva di Makerfield, dove il sindaco laburista della Greater Manchester, Andy Burnham, contende il seggio a Reform UK. I sondaggi locali lo danno in vantaggio di cinque punti, ma la presenza di un terzo candidato di destra radicale, Rebecca Shepherd di Restore Britain, sta frammentando il voto sovranista. Gli esperti di politica britannica parlano di un effetto «spoiler» che potrebbe involontariamente favorire Burnham, figura carismatica ma sempre più critica verso la leadership nazionale di Keir Starmer. Burnham ha lanciato un allarme che risuona ben oltre i confini del collegio: il Regno Unito, ha detto, sta scivolando verso una «politica polarizzata e tossica» simile a quella degli Stati Uniti, dove le comunità smettono di collaborare e il discorso pubblico si avvelena.

Queste dinamiche si inseriscono in un quadro europeo più ampio. Da Roma e da altre capitali continentali si guarda con preoccupazione alla possibile deriva di Londra: un governo guidato da Farage, o anche solo un Labour costretto a rincorrere l’agenda sovranista sulla spesa sociale per finanziare la difesa, cambierebbe gli equilibri post-Brexit. Lo stesso Burnham ha ammesso che il mondo è cambiato e che non si può essere «schizzinosi» nel tagliare il welfare per investire in sicurezza, una posizione che rivela quanto la guerra in Ucraina stia ridefinendo le priorità anche a sinistra. Farage, dal canto suo, rivendica il ruolo di Londra in prima linea nel sostegno a Kiev, sostenendo che fuori dall’UE il Regno Unito conta di più, non di meno.

La convergenza di crisi climatica, insoddisfazione post-Brexit e frammentazione del voto disegna uno scenario in cui nessun partito può sentirsi al sicuro. Reform UK capitalizza il malcontento ma rischia di restare vittima della propria retorica quando i disastri ambientali colpiranno le sue stesse roccaforti. Il Labour, diviso tra realismo governativo e spinte riformiste, deve decidere se abbracciare una revisione radicale dei rapporti con Bruxelles o continuare a gestire con cautela un’eredità che molti, a dieci anni dal referendum, considerano già un errore storico. Per l’Europa, e per l’Italia che osserva da vicino l’evoluzione del principale alleato post-Brexit, la domanda non è più se il Regno Unito tornerà sui propri passi, ma quale prezzo politico e sociale pagherà prima di trovare un nuovo equilibrio.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 2 lingue

0%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa europea continentaleStampa atlantica / anglosfera
Stampa europea continentale/ mediterranea
allarmescetticismovittimismo

Nigel Farage si presenta come il salvatore della Gran Bretagna post-Brexit, denunciando il fallimento delle promesse del 2016 e agitando lo spettro di una presunta discriminazione contro i bianchi. La sua ascesa con Reform UK viene dipinta come sintomo del malcontento populista che ancora scuote il paese, mentre l'Europa guarda con scetticismo e un certo allarme.

Stampa atlantica / anglosfera/ progressista
scetticismoindignazionepragmatismo

A quasi dieci anni dal voto, la Brexit continua a tormentare la politica britannica, con voci laburiste che la definiscono un errore catastrofico. La rinascita del populismo di destra con Reform UK è vista come una pericolosa scossa di assestamento del 2016, che minaccia di far deragliare ogni pragmatico riavvicinamento all'Europa.

Articoli correlati

Leggi di più