
Euclid svela i quasar più antichi, il puzzle cosmico si infittisce
Il telescopio europeo ha raddoppiato il numero di quasar noti nell’universo primordiale, riportando alla luce oggetti nati appena 670 milioni di anni dopo il Big Bang.
La scoperta di trentuno nuovi quasar, tra cui i due più antichi mai osservati, cambia la mappa dell’universo primordiale. Il telescopio spaziale Euclid dell’Agenzia Spaziale Europea, lanciato nel 2023, ha individuato questi nuclei galattici iperluminosi in una campagna di osservazione che in soli due anni ha raddoppiato il catalogo dei quasar dell’epoca della reionizzazione. La luce dei due esemplari più remoti è partita quando il cosmo aveva circa 670 milioni di anni, appena il cinque per cento della sua età attuale, superando di venti milioni di anni il precedente primato stabilito dalla stessa équipe nel 2021. Lo studio, pubblicato su Astronomy & Astrophysics, è stato condotto da un gruppo internazionale guidato dall’Università di Leiden, nei Paesi Bassi.
I quasar sono alimentati da buchi neri supermassicci che divorano materia a ritmi vertiginosi, brillando più di migliaia di miliardi di soli. La loro eccezionale luminosità li trasforma in fari cosmici: analizzando la luce che attraversa il gas intergalattico, gli astrofisici possono ricostruire la progressiva ionizzazione dell’universo primordiale, quando le prime stelle e galassie dissiparono la nebbia opaca che seguì il Big Bang. Euclid, posizionato a un milione e mezzo di chilometri dalla Terra, ha reso possibile questo salto grazie alla capacità di scrutare ampie porzioni di cielo con una sensibilità senza precedenti nell’infrarosso, catturando sorgenti molto più deboli di quanto fosse possibile con gli strumenti da terra.
Il risultato si inserisce in una stagione di osservazioni straordinarie che coinvolge anche i telescopi James Webb e Hubble. Mentre Euclid setacciava il cielo profondo, Webb otteneva le immagini più dettagliate di Centaurus A, una galassia attiva a undici milioni di anni luce, rivelando milioni di stelle prima nascoste dalla polvere e una struttura a forma di “S” nel nucleo, forse legata all’attività del buco nero centrale o a una fusione galattica. Hubble, nel frattempo, ha pubblicato una ripresa ad alta risoluzione dell’ammasso globulare NGC 6426, un fossile cosmico di tredici miliardi di anni, utile per studiare la chimica primordiale della Via Lattea. Il quadro che emerge da questi osservatori, gestiti da NASA, ESA e agenzia canadese, è quello di un universo giovane già popolato da strutture sorprendentemente massicce.
Proprio questa precocità rappresenta il rompicapo. I quasar appena scoperti ospitano buchi neri con masse miliardi di volte quella del Sole, cresciuti in poche centinaia di milioni di anni: un ritmo che i modelli attuali faticano a spiegare. La tensione è confermata anche dalla mappa più dettagliata della rete cosmica realizzata dal progetto COSMOS-Web con Webb, che mostra come le galassie massicce in ambienti densi tendano a spegnere la formazione stellare molto prima del previsto. Secondo i ricercatori di Leiden, ogni passo indietro nel tempo rende l’enigma più profondo.
Il prossimo passo sarà puntare Webb sui quasar scoperti da Euclid per ottenere spettri dettagliati e cercare oggetti ancora più antichi, risalenti a soli 630 milioni di anni dopo il Big Bang. L’obiettivo, spiegano gli scienziati, è compilare una “cronaca dei quasar” del primo miliardo di anni, che aiuti a capire come i primi mostri cosmici abbiano potuto accendersi così in fretta.
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Euclid svela i quasar più antichi, ma il puzzle cosmico si infittisce: la scienza si trova di fronte a un enigma che mette in discussione le teorie consolidate.
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Euclid scopre i quasar più antichi, ma il mistero cosmico si infittisce: gli scienziati si trovano di fronte a un enigma che sfida le spiegazioni attuali.
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