
Cioccolato, tra boom del mercato globale e nuove conferme dalla scienza
La produzione si espande in Asia e America Latina, mentre studi osservazionali rafforzano il legame tra cacao amaro e salute cardiovascolare e cerebrale.
Il 7 luglio, Giornata mondiale del cioccolato, trova il settore in una fase di espansione che ridisegna gli equilibri produttivi. Il mercato globale dei dolciumi a base di cacao supera ormai i cento miliardi di dollari, con tassi di crescita annui a due cifre in paesi come il Bangladesh, dove la produzione nazionale è passata in pochi anni da nicchia d’importazione a industria da tremila miliardi di taka, capace di contendere tre quarti del mercato interno ai marchi stranieri. In Brasile, altro polo emergente, la produzione ha raggiunto le 814 mila tonnellate nel 2025, con un consumo pro capite di quasi quattro chili l’anno, ancora distante dai nove-dieci chili di Europa e Nord America ma in costante aumento.
La scienza intanto consolida, con i limiti propri degli studi osservazionali, il profilo del cioccolato fondente come alimento potenzialmente protettivo. Una ricerca pubblicata su Scientific Reports nel 2024, basata su un ampio campione di adulti, ha associato il consumo regolare di dark chocolate a una riduzione del 27 per cento del rischio di ipertensione e del 31 per cento del rischio di trombosi venosa. I flavonoidi del cacao, spiegano i nutrizionisti, migliorano la funzionalità endoteliale e il flusso sanguigno cerebrale, mentre la teobromina e la modesta quota di caffeina contribuiscono all’effetto stimolante. Resta dirimente la percentuale di massa di cacao: i benefici si concentrano nei prodotti con almeno il 70 per cento di solidi di cacao, laddove le versioni al latte o bianche, ricche di zuccheri e grassi saturi, possono invertire il segno dell’effetto sulla salute metabolica.
La geografia della produzione resta ancorata all’Africa occidentale – Costa d’Avorio e Ghana forniscono oltre il 60 per cento del cacao mondiale – ma la trasformazione si sta delocalizzando. In Bangladesh, gruppi come Akij Bakers e Pran Confectionery hanno avviato joint venture con aziende europee per produrre cioccolato di qualità a prezzi inferiori della metà rispetto alle importazioni, puntando a un modello “premium accessibile”. In America Latina, il Brasile guarda con interesse all’accordo Mercosur-Unione Europea come leva per aumentare l’export di cioccolato finito, mentre l’Argentina e il Cile restano i principali acquirenti regionali. L’Italia, primo produttore europeo di cioccolato con oltre 300 mila tonnellate l’anno, osserva questi movimenti con l’attenzione di chi importa la quasi totalità della materia prima e compete sulla qualità della lavorazione.
Sul fronte delle abitudini di consumo, la tendenza alla “salutizzazione” del piacere spinge la domanda di cioccolati artigianali, senza zucchero o con certificazioni di sostenibilità. In Brasile, piccoli produttori come Cesar Ferreira realizzano tavolette con tempi di concaggio fino a quarantotto ore, eliminando ingredienti di origine animale e puntando su cacao del Pará e di Bahia. Restano aperti i nodi strutturali della filiera: la deforestazione legata all’espansione agricola in Africa occidentale, la volatilità dei prezzi internazionali e le condizioni di lavoro minorile, che le certificazioni Fairtrade e Rainforest Alliance provano a mitigare senza tuttavia risolverli. Il prossimo banco di prova sarà l’entrata in vigore del regolamento europeo sulla deforestazione, che imporrà obblighi di tracciabilità su cacao, caffè e altri prodotti, ridisegnando le catene di approvvigionamento globali.
| Stampa latinoamericana | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
| Stampa russa e CSI | −0.50 | critical |
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