
Dopo la sconfitta alla Corte Suprema, Trump valuta il divieto d’ingresso per le donne incinte
La Casa Bianca studia restrizioni ai visti per contrastare il “turismo delle nascite”, mentre la sentenza 6-3 riafferma lo ius soli sancito dal XIV Emendamento.
La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato incostituzionale, con una maggioranza di sei giudici contro tre, il decreto con cui il presidente Donald Trump intendeva negare la cittadinanza automatica ai bambini nati sul suolo americano da genitori in condizione irregolare o con visto temporaneo. Immediata la reazione dell’amministrazione: secondo il consigliere Stephen Miller e il portavoce della Casa Bianca, si sta valutando un divieto d’ingresso per le donne straniere in gravidanza, misura che colpirebbe il cosiddetto “birth tourism” e che, nell’ottica dell’esecutivo, servirebbe a proteggere la sicurezza nazionale e l’integrità del welfare.
Secondo la maggioranza della Corte, guidata dal presidente John Roberts e composta anche dai giudici progressisti e da due conservatori nominati dallo stesso Trump, il XIV Emendamento non ammette eccezioni: la cittadinanza per nascita è un diritto costituzionale che non può essere ristretto per via esecutiva. I tre dissenzienti – Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch – hanno invece sostenuto che la garanzia non si estende ai figli di chi soggiorna illegalmente o temporaneamente, e il giudice Alito ha espressamente citato il fenomeno dei “turisti del parto” come minaccia alla sicurezza. La spaccatura riflette una frattura più ampia: da un lato l’ala conservatrice che, con il sostegno di deputati repubblicani come Byron Donalds, considera la sentenza un errore e chiede un intervento del Congresso; dall’altro i democratici, che con esponenti come James Clyburn e Ro Khanna difendono il dettato costituzionale e giudicano l’attacco allo ius soli un tentativo di ridefinire per via amministrativa l’identità nazionale.
Al centro del contendere c’è una pratica numericamente marginale ma politicamente ingigantita: secondo le stime, ogni anno tra ventimila e ventiseimila bambini nascono negli Stati Uniti da genitori stranieri, una frazione minima rispetto al totale delle nascite. L’amministrazione Trump, tuttavia, insiste sul rischio che quei bambini, una volta adulti, possano trasferire conoscenze e proprietà intellettuale verso paesi rivali, in particolare la Cina, e definisce la sentenza “una grande vittoria per Pechino”. Organizzazioni della società civile come HIAS, storicamente legata all’accoglienza dei rifugiati ebrei, ricordano che lo ius soli ha permesso a generazioni di immigrati di radicarsi nella società americana, e che metterlo in discussione significa colpire le fondamenta stesse del patto repubblicano.
La vicenda ha una risonanza che oltrepassa i confini statunitensi. In Europa, dove la cittadinanza si trasmette prevalentemente per discendenza, il dibattito appare lontano, ma l’eventuale divieto d’ingresso per donne incinte potrebbe avere conseguenze concrete anche per le viaggiatrici italiane ed europee dirette negli Stati Uniti. L’amministrazione ha già annunciato che il Dipartimento di Giustizia intensificherà le indagini sui cosiddetti “schemi di turismo delle nascite” e che il presidente solleciterà il Congresso a legiferare per superare la sentenza. Al momento, tuttavia, non esiste un calendario certo per l’introduzione delle nuove restrizioni, mentre il confronto politico e giuridico sullo ius soli resta aperto, con la Corte Suprema che ha riaffermato un principio che affonda le radici nel 1868 e che, come ricorda il caso Wong Kim Ark del 1898, ha già resistito a precedenti tentativi di restrizione.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | +0.40 | aligned |
| Stampa africana subsahariana | −0.50 | critical |
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