
Debiti record, tassi alle stelle e petrolio nervoso: torna l’ansia globale
I rendimenti dei Treasury toccano i massimi da diciannove anni mentre il debito pubblico mondiale sfiora il PIL globale e il conflitto Iran-USA agita i mercati energetici.
Il dato che ridisegna la mappa del rischio finanziario arriva dal mercato obbligazionario statunitense: i rendimenti dei titoli del Tesoro a trent’anni hanno superato la soglia del 5% e quelli a dieci anni hanno raggiunto il 4,6%, i livelli più elevati degli ultimi diciannove anni. L’impennata riflette un mix di inflazione ancora vischiosa, timori fiscali e incertezza geopolitica, e si propaga immediatamente sui listini azionari globali e sui flussi di capitale verso i paesi emergenti, comprimendo la liquidità internazionale.
Dietro la fiammata dei tassi agisce una dinamica duplice. Da un lato, l’economia americana continua a generare pressioni sui prezzi, amplificate dalle tensioni legate al conflitto con l’Iran, che ha spinto il petrolio ben al di sopra dei livelli prebellici e, pur dopo l’accordo di pace siglato mercoledì scorso, secondo gli analisti di Wall Street non tornerà presto ai valori precedenti, mantenendo elevati i costi dell’energia per famiglie e imprese. Dall’altro, l’enorme debito federale, ormai vicino ai 39 trilioni di dollari, e il servizio del debito sempre più oneroso erodono la fiducia degli investitori. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, il debito pubblico globale ha già raggiunto il 94% del PIL nel 2025 e supererà il 100% entro il 2029, con Stati Uniti, Cina e Giappone in testa alla classifica dei grandi debitori.
Il malessere non si ferma ai numeri macro. Negli Stati Uniti il 60% dei cittadini disapprova la gestione economica dell’amministrazione Trump – un record negativo rilevato da sondaggi indipendenti – e persino tra gli elettori repubblicani la quota di insoddisfatti raggiunge il 77%. Il costo della benzina è indicato come il fattore più tangibile di stress finanziario, e oltre il 40% degli americani che si collocano nella fascia medio-alta ammette di non aver risparmiato abbastanza per la pensione, con l’86% convinto che i propri figli vivranno peggio di loro. Un pessimismo che, come sottolineano i ricercatori, si sta allineando a quello delle classi meno abbienti, segnalando una fragilità diffusa della sicurezza economica percepita.
In questo scenario, le economie emergenti subiscono un deflusso di capitali verso i porti-rifugio del reddito fisso americano. Il Brasile ne offre un esempio istruttivo: pur con un tasso Selic al 14,25%, i contratti futuri di interesse si avvicinano al 15% e i titoli indicizzati all’inflazione promettono guadagni reali superiori all’8%, mostrando come la volatilità globale e i rischi fiscali interni costringano a premere sul freno monetario. Per l’Italia e l’Europa, l’ascesa dei rendimenti statunitensi rappresenta un campanello d’allarme: un ulteriore inasprimento potrebbe allargare gli spread sui titoli sovrani e rendere più cara la gestione di debiti già elevati, in un quadro di crescita fragile. La prossima verifica arriverà dalle riunioni della Federal Reserve e della BCE, mentre l’evoluzione del negoziato iraniano resterà la variabile più imprevedibile per i mercati energetici.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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I media iraniani vedono l'accordo come una vittoria della resistenza iraniana, ma restano scettici sulle reali intenzioni degli Stati Uniti, sottolineando che la mossa è dovuta alle pressioni interne su Trump. Il taglio del petrolio sotto i 77 dollari è presentato come un beneficio collaterale, ma l'attenzione resta sulle concessioni americane.
La stampa latinoamericana accoglie l'accordo come un sollievo per i mercati emergenti, poiché la riduzione del prezzo del petrolio contribuisce a contenere l'inflazione globale e allevia la pressione sui tassi di interesse. Tuttavia, mantiene un tono cauto, evidenziando che la stabilità è fragile e dipende dalla durata dell'intesa.
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