
Dazi sull’acciaio e tagli Volkswagen: la risposta europea alla seconda ondata cinese
Entrano in vigore le nuove barriere doganali sull’acciaio mentre il gruppo di Wolfsburg prepara un piano di ristrutturazione che potrebbe cancellare fino a 100.000 posti di lavoro.
Da oggi l’Unione Europea inasprisce la protezione della propria siderurgia: i dazi sulle importazioni di acciaio che eccedono i nuovi contingenti raddoppiano al 50%, mentre il volume esente da sovrattasse viene ridotto del 47% rispetto al 2024, attestandosi a 18,3 milioni di tonnellate. La decisione, assunta dalla Commissione con procedura d’urgenza, è la risposta a una sovracapacità globale che l’OCSE stima a 620 milioni di tonnellate nel 2025, con la Cina che da sola produce oltre un miliardo di tonnellate, la metà dell’output mondiale. Per evitare elusioni, le aziende dovranno certificare l’origine della fusione e della colata. L’80% dell’acciaio importato proviene da Paesi con accordi di libero scambio, ai quali è riservata metà della quota, ma anch’essi saranno sottoposti ai controlli anti-triangolazione.
La mossa si inserisce in un quadro industriale più ampio, segnato dalla pressione competitiva asiatica. Mentre Bruxelles alza le barriere, il settore automobilistico tedesco affronta una crisi strutturale che gli analisti di Francoforte definiscono il secondo shock cinese. Il gruppo Volkswagen, secondo fonti vicine al consiglio di sorveglianza, starebbe valutando il taglio di 100.000 posti di lavoro e la chiusura di quattro stabilimenti in Germania – Hannover, Zwickau, Emden e Neckarsulm – con un ridimensionamento degli investimenti di circa il 15%. La domanda interna cinese di veicoli leggeri è crollata del 18% nei primi cinque mesi dell’anno, e la quota di mercato dei costruttori locali, come BYD, Nio e Xpeng, continua a crescere non solo in patria ma anche in Europa, dove BYD sta avviando una fabbrica in Ungheria per aggirare i dazi comunitari.
La dimensione politica è immediata. In Germania lo scontro oppone i Länder occidentali a quelli orientali, con i governatori di Baden-Württemberg e Sassonia che difendono ciascuno i propri siti produttivi, mentre la SPD della Bassa Sassonia, azionista di riferimento di Volkswagen, cerca una mediazione. L’AfD cavalca la paura della deindustrializzazione in vista delle elezioni regionali. Per l’Italia, i nuovi dazi sull’acciaio promettono di difendere gli impianti siderurgici ma rischiano di aumentare i costi delle materie prime per l’industria manifatturiera, dall’automotive all’edilizia, proprio mentre l’inflazione al consumo mostra segnali di rallentamento (3% a maggio).
Il prossimo passaggio chiave è la riunione del consiglio di sorveglianza Volkswagen del 9 luglio, in cui sarà discusso il piano di ristrutturazione. Sul fronte commerciale, la Commissione europea monitorerà l’efficacia del nuovo regime doganale e le eventuali ritorsioni. La contrazione del mercato cinese, con una previsione di 14,6 milioni di consegne domestiche quest’anno, potrebbe innescare una guerra dei prezzi tra i cento costruttori locali, accelerando il consolidamento del settore e riducendo ulteriormente gli spazi per gli esportatori europei.
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L'Europa alza una barriera del 50% sull'acciaio per proteggersi da una seconda ondata cinese, mentre Volkswagen si prepara a tagliare 100.000 posti di lavoro. La tempesta perfetta tra concorrenza sleale e crisi dell'auto tedesca minaccia il cuore manifatturiero del continente. I governi europei, pur sollevati dal calo dell'inflazione, temono un'emorragia occupazionale senza precedenti.
Le esportazioni automobilistiche cinesi sono sulla buona strada per superare i 10 milioni di unità entro il 2026, nonostante le barriere europee. La crescita inarrestabile del settore dimostra la competitività globale dei marchi cinesi. Le tariffe UE sono viste come un ostacolo temporaneo che non fermerà l'espansione.
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