
Dalla pizza frullata ai dhokla di mais: il mondo in cucina con quel che c’è
Tra social media e ricettari di famiglia, le cucine domestiche di quattro continenti trasformano avanzi e ingredienti umili in piatti che raccontano identità, efficienza e creatività.
«In una casa di Porto Alegre, il frullatore miscela rumorosamente latte, uova, farina e un filo d’olio: in meno di un minuto nasce la pasta liquida per la pizza de liquidificador, specialità brasiliana che promette una cena fragrante anche a chi non ha tempo né lievito madre. Qualche migliaio di chilometri più a sud, a Buenos Aires, il pane del giorno prima non conosce cestino: mani esperte lo tagliano a pezzi, lo bagnano nel latte e lo trasformano in un budín dolce, profumato di vaniglia e scorza d’agrume. Sono due gesti quotidiani, specchio di una filosofia che sta riconquistando i fornelli di tutto il pianeta: cucinare con quello che c’è, senza sprechi ma con sorprendente fantasia.
Dietro queste ricette si muove una cultura gastronomica che, alimentata da Instagram, TikTok e dai ricettari tramandati, ha rotto gli argini del professionismo per farsi racconto popolare. In Indonesia, un piatto di spaghetti o mi telur saltati con petto di pollo, paprika e salsa ostrica diventa la soluzione in trenta minuti per una cena che sa di strada ma nasce nella cucina di casa. La chef indiana Anahita Dhondy, nel suo libro “The Grain Kitchen”, celebra i miglio e le farine di mais con ricette come i makki ke dhokle, pani al vapore speziati che affondano le radici nell’inverno del subcontinente e si adattano a ogni dispensa occidentale. E in Italia, dove la pasta fresca è rito, i sorrentinos di Donato de Santis – una ricetta di origini italo-argentine – insegnano a maneggiare semola e uova con la precisione di un laboratorio artigiano, ma con parole comprensibili a chiunque abbia una macchinetta per la sfoglia.
Dall’Australia giungono venti variazioni sul broccolo, ortaggio a lungo bistrattato e ora elevato a protagonista di insalate arrostite, risotti e contorni al tahini, segno che anche l’ingrediente più umile può diventare oggetto di culto se cucinato con un po’ di tecnica e molto ascolto. Non diversamente, in Colombia il maíz trillado, cotto e rilavorato con fecola, regala una masa crocantissima per empanadas farcite di bondiola e servite con una salsa piccante al lulo, un frutto che sa di acidità tropicale. Ogni latitudine sembra aver risposto alla stessa domanda – come mangiare meglio con meno – con un repertorio che mescola la memoria del territorio alle scorciatoie del presente.
Così, mentre in Giappone la salsa teriyaki fatta in casa con miele, soia e maizena diventa il segreto virale per non far seccare il petto di pollo, il mondo delle cucine domestiche si scopre connesso da un filo sottile: la voglia di mettersi alla prova senza snaturare il piacere della tavola. E a sera, quando il forno si spegne e la pentola fischia l’ultimo vapore, quel profumo di pane, spezie e formaggio fuso che invade la casa racconta una storia antica e nuovissima, fatta di ingegno, di radici e di un pizzico di allegra anarchia globale.»
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