
Borse di Teheran e Giacarta volano sulla scia del dialogo Iran-USA
L’indice di Teheran segna nuovi record mentre Jakarta supera 6.000 punti; gli investitori emergenti scommettono su un'intesa nucleare, ma i nodi strutturali restano aperti.
Sabato 23 khordad (13 giugno 2026) la Borsa di Teheran ha aperto le contrattazioni con un’ondata di domanda mai vista da mesi, spingendo il TEDPIX a superare i 4,69 milioni di punti con un balzo del 2,12% nelle prime ore. Il mercato, già galvanizzato da una settimana chiusa con un progresso superiore al 5 per cento, ha visto le code di acquisto allargarsi ben oltre i colossi bancari e petrolchimici: l’indice equi-ponderato è cresciuto del 2,22% nella seduta, confermando che la corsa ha coinvolto l’intero listino. Sulla sponda opposta dell’Oceano Indiano, la Borsa di Giacarta archiviava lo stesso periodo con un rialzo ancor più impetuoso: l’IHSG è volato del 7,4% oltre quota 6.000, trascinando la capitalizzazione a oltre 10.500 trilioni di rupie, in un clima di rinnovato appetito per gli asset emergenti.
Secondo gli analisti di Teheran, il rimbalzo non è soltanto un riflesso condizionato delle speranze di accordo con Washington. Le quotazioni medie erano già giudicate ampiamente depresse alla vigilia, e la ritrovata redditività delle imprese – favorita da un tasso di cambio più realistico e dalla revisione al rialzo dei prezzi dei prodotti – offriva un sostegno fondamentale. Il differenziale di rendimento tra l’indice generale (+5,4% settimanale) e l’equi-ponderato (+6,3%) evidenzia un flusso di liquidità che, per la prima volta dopo molti trimestri, si sta distribuendo sui titoli medi e piccoli, segnalando un posizionamento diffuso in vista di un allentamento delle sanzioni.
Tuttavia, il quadro resta incerto. Osservatori mediorientali avvertono che senza un’intesa scritta e pubblicamente verificabile, l’attuale rally potrebbe evaporare alla prima battuta d’arresto negoziale, mentre un accordo compiuto canalizzerebbe capitali ben più consistenti. A Giacarta, gli esperti riconducono l’impennata dell’indice e l’aumento del 4% nella frequenza degli scambi a un mix di stabilità politica interna e di rinnovato risk appetite globale, che beneficia della distensione tra Iran e Stati Uniti in modo indiretto, tramite la riduzione delle tensioni sulle rotte marittime e il miglioramento del sentiment verso le frontiere emergenti.
Per l’Europa e per l’Italia, un’eventuale intesa nucleare aprirebbe la strada alla riattivazione di canali commerciali e finanziari con Teheran, offrendo alle imprese italiane storici partner nell’energia e nelle infrastrutture. Bruxelles segue con prudenza, conscia che la concreta rimozione delle architetture sanzionatorie richiederà tempo e che i benefici macroeconomici si materializzeranno solo dopo un lungo percorso tecnico. Il rally di questi giorni, sia a Teheran sia sui listini asiatici, rappresenta una scommessa anticipata sullo scenario più favorevole.
La settimana che si apre sarà perciò un banco di prova: una conferma diplomatica potrebbe consolidare i massimi e attrarre capitali istituzionali internazionali, mentre un rinvio rischierebbe di innescare violente prese di beneficio. In ogni caso, la ritrovata vitalità dei mercati di frontiera e dell’ASEAN segnala che gli investitori globali sono oggi più disposti a distinguere le opportunità locali dal quadro macro, a condizione che l’orizzonte geopolitico torni a offrire un minimo di prevedibilità.
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La prospettiva di un accordo politico tra Iran e Stati Uniti sta innescando un'ondata di entusiasmo senza precedenti sul mercato azionario di Teheran. L'indice principale balza oltre il 2% in un solo giorno, sfiorando la soglia simbolica di 4,7 milioni di punti, con tutti i settori in territorio positivo e un afflusso record di capitali privati che premia soprattutto banche e auto.
L'indice di riferimento indonesiano IHSG chiude una settimana eccezionale con un rialzo del 7,38%, superando quota 6.000. Il rimbalzo viene interpretato come reazione positiva alle politiche della banca centrale e al miglioramento del clima economico interno, senza riferimenti espliciti alle tensioni geopolitiche internazionali.
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