
America Latina, il lavoro tra formale e informale: i numeri di metà 2026
Mentre il Messico registra una crescita dei posti formali, Colombia e Argentina mostrano fragilità strutturali, con l’incertezza commerciale che frena l’industria.
A metà del 2026 i mercati del lavoro latinoamericani offrono un quadro in chiaroscuro, dove i dati aggregati nascondono dinamiche profonde. In Messico, a giugno l’IMSS ha contato 61 mila nuovi posti formali, il miglior giugno dal 2021. Tuttavia, secondo gli analisti di Città del Messico, escludendo i 40 mila lavoratori delle piattaforme digitali recentemente registrati, la creazione netta si riduce a 21 mila unità. Il numero di datori di lavoro registrati cala da ventiquattro mesi consecutivi, la peggiore striscia in oltre vent’anni, mentre l’industria manifatturiera arretra dell’1,19% nei primi cinque mesi, trascinata dal settore automobilistico (-3,78%). L’incertezza legata alla revisione del T-MEC e ai dazi statunitensi, osservano da Banco Base, frena gli investimenti e deprime la fiducia delle imprese.
In Colombia la proporzione di occupati informali è scesa al 54,7%, il valore più basso da quando il DANE ha adottato l’attuale metodologia. Restano però 13,34 milioni di lavoratori senza copertura sociale, concentrati nelle microimprese (84,5% di informalità) e nelle aree rurali (82,9%). Bogotá ha ridotto l’informalità al 34%, ma quasi un milione e mezzo di persone dipendono ancora da attività di sussistenza, e la società di consulenza Crowe Co avverte che il rallentamento economico e l’aumento dei costi di assunzione potrebbero invertire la tendenza nel secondo semestre. L’Ufficio dell’OIT per i Paesi andini sottolinea che la formalizzazione non può essere affidata a singole riforme normative, ma richiede strategie integrate che aumentino la produttività e riducano le barriere all’accesso, differenziando gli interventi per territorio e settore.
L’Argentina mostra le ferite più profonde sul fronte industriale. La produzione tessile è crollata del 23% su base annua ad aprile, con un utilizzo della capacità installata fermo al 36,6%: sei macchinari su dieci sono spenti. Dal dicembre 2023 il settore ha perso oltre 24 mila posti di lavoro e 874 stabilimenti, una contrazione del 14% del tessuto produttivo. Secondo la Fundación Pro Tejer, le imprese stanno svendendo le scorte a prezzi che crescono meno dell’inflazione generale, comprimendo la redditività e mettendo a rischio la sopravvivenza stessa della filiera.
In Brasile, il Ceará offre un esempio di dinamismo stagionale: 600 posti temporanei a luglio, trainati dal turismo e dagli eventi, con una proiezione del 20% di conversioni in contratti stabili. Ma è un’isola in un continente dove la qualità del lavoro resta il vero nodo. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, l’esperienza latinoamericana segnala i rischi di una ripresa dell’occupazione che si regge su lavori intermittenti e su piattaforme, senza un rafforzamento della base produttiva. Il prossimo banco di prova sarà l’avvio formale della revisione del T-MEC, capace di orientare gli investimenti e la domanda di lavoro in tutta la regione.
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