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L'ultimo accordo di Abdullah Ibrahim, il 'Mozart di Mandela' che incantò Ellington

Il pianista sudafricano, icona della resistenza all'apartheid e autore di 'Mannenberg', è morto a 91 anni in Germania dopo una breve malattia.

Si è spento serenamente in Baviera, circondato dall'affetto dei suoi cari, Abdullah Ibrahim, al secolo Adolph Johannes Brand: aveva 91 anni ed era l'ultimo gigante di una generazione che ha trasformato il jazz in una voce di liberazione. La notizia, diffusa dalla famiglia e rilanciata dalla presidenza sudafricana, ha suscitato un'ondata di cordoglio globale. Cyril Ramaphosa lo ha definito «un'icona del jazz, un attivista culturale e un cittadino del mondo», capace di opporsi al razzismo e all'apartheid con la sola forza di un pianoforte e di una melodia indimenticabile. Ibrahim non era solo un musicista: era un narratore di esilio, resistenza e spiritualità, un artista che ha fatto della sua vita un ponte tra Città del Capo, New York e l'Europa.

Nato nel 1934 nel vibrante quartiere di District Six – poi raso al suolo dal regime segregazionista – Ibrahim crebbe in una Città del Capo multietnica che ne plasmò la sensibilità musicale. Iniziò a comporre a sette anni, assimilando il bebop americano e le tradizioni locali, e si fece conoscere come Dollar Brand. La conversione all'Islam nel 1968 segnò una svolta: adottò il nome Abdullah Ibrahim e una profondità spirituale che da allora permeò ogni sua nota. La sua musica divenne un crogiolo di suoni: inni religiosi, ritmi africani, l'eredità di Ellington e Monk, il tutto fuso in uno stile inconfondibile che la critica europea ha spesso accostato a un «Mozart sudafricano» per la limpidezza del tocco e la maestosità delle composizioni.

Un episodio entrato nella leggenda, tramandato dalla stampa svizzera, racconta la svolta della sua carriera. Nel febbraio 1963, al club Africana di Zurigo, il giovane Dollar Brand stava suonando quando tra il pubblico apparve Duke Ellington. Quella sera, nata quasi per caso, cambiò tutto: Ellington lo volle con sé, gli produsse il primo disco e gli aprì le porte di New York. Lì Ibrahim collaborò con giganti come John Coltrane, Ornette Coleman e Don Cherry, ma fu il ritorno tematico in Sudafrica a consegnarlo alla storia. Il brano «Mannenberg» del 1974 – ispirato a un sobborgo di Città del Capo – divenne l'inno non ufficiale della lotta anti-apartheid, una «preghiera laica» che risuonava nelle township e nelle radio di tutto il continente.

Dopo decenni di esilio, Ibrahim scelse l'Europa come ultima dimora, stabilendosi nella regione del Chiemsee, in Germania. Da lì continuò a girare il mondo, spesso in solitudine davanti a un pianoforte a coda, perché – come amava ripetere – le sue mani erano «troppo grandi per suonare Bach» ma perfette per accarezzare le armonie modali del Capo di Buona Speranza. I suoi concerti in Italia, accolti sempre con devozione, hanno lasciato un'impronta profonda nel pubblico europeo, testimoniando come il jazz possa farsi linguaggio universale del dolore e della speranza. La stampa tedesca e francese sottolinea oggi il paradosso di un uomo che, esule per necessità, ha trovato nella quiete bavarese lo spazio per rielaborare le radici africane.

Con la scomparsa di Abdullah Ibrahim si chiude un capitolo della storia musicale e politica del Novecento. Restano decine di incisioni, una discografia che attraversa otto decenni, e soprattutto un'eredità immateriale: la dimostrazione che la bellezza può opporsi alla barbarie senza perdere grazia. In un'epoca di nuove fratture globali, la sua lezione – secondo osservatori culturali europei – è più attuale che mai: Ibrahim ha insegnato che l'identità non è un recinto, ma un dialogo, e che un pianoforte accordato può diventare la coscienza di un popolo.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 5 lingue

38%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa africana subsaharianaStampa europea continentale
Stampa africana subsahariana/ anglofona
distaccopragmatismo

Il pianista jazz sudafricano Abdullah Ibrahim è morto a 91 anni. Si è spento serenamente in Germania dopo una breve malattia, circondato dalla famiglia. Lascia oltre 70 album.

Stampa europea continentale/ mediterranea
trionfoindignazione

Abdullah Ibrahim, l'elegante pianista sudafricano dalla silhouette simile a Mandela, è morto in Germania a 91 anni. Simbolo della lotta contro l'apartheid, la sua musica portava il profumo dell'esilio e divenne una voce di libertà. Si era esibito l'ultima volta a marzo al Festival Internazionale del Jazz di Città del Capo, la sua città natale.

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lunedì 15 giugno 2026

L'ultimo accordo di Abdullah Ibrahim, il 'Mozart di Mandela' che incantò Ellington

Il pianista sudafricano, icona della resistenza all'apartheid e autore di 'Mannenberg', è morto a 91 anni in Germania dopo una breve malattia.

Si è spento serenamente in Baviera, circondato dall'affetto dei suoi cari, Abdullah Ibrahim, al secolo Adolph Johannes Brand: aveva 91 anni ed era l'ultimo gigante di una generazione che ha trasformato il jazz in una voce di liberazione. La notizia, diffusa dalla famiglia e rilanciata dalla presidenza sudafricana, ha suscitato un'ondata di cordoglio globale. Cyril Ramaphosa lo ha definito «un'icona del jazz, un attivista culturale e un cittadino del mondo», capace di opporsi al razzismo e all'apartheid con la sola forza di un pianoforte e di una melodia indimenticabile. Ibrahim non era solo un musicista: era un narratore di esilio, resistenza e spiritualità, un artista che ha fatto della sua vita un ponte tra Città del Capo, New York e l'Europa.

Nato nel 1934 nel vibrante quartiere di District Six – poi raso al suolo dal regime segregazionista – Ibrahim crebbe in una Città del Capo multietnica che ne plasmò la sensibilità musicale. Iniziò a comporre a sette anni, assimilando il bebop americano e le tradizioni locali, e si fece conoscere come Dollar Brand. La conversione all'Islam nel 1968 segnò una svolta: adottò il nome Abdullah Ibrahim e una profondità spirituale che da allora permeò ogni sua nota. La sua musica divenne un crogiolo di suoni: inni religiosi, ritmi africani, l'eredità di Ellington e Monk, il tutto fuso in uno stile inconfondibile che la critica europea ha spesso accostato a un «Mozart sudafricano» per la limpidezza del tocco e la maestosità delle composizioni.

Un episodio entrato nella leggenda, tramandato dalla stampa svizzera, racconta la svolta della sua carriera. Nel febbraio 1963, al club Africana di Zurigo, il giovane Dollar Brand stava suonando quando tra il pubblico apparve Duke Ellington. Quella sera, nata quasi per caso, cambiò tutto: Ellington lo volle con sé, gli produsse il primo disco e gli aprì le porte di New York. Lì Ibrahim collaborò con giganti come John Coltrane, Ornette Coleman e Don Cherry, ma fu il ritorno tematico in Sudafrica a consegnarlo alla storia. Il brano «Mannenberg» del 1974 – ispirato a un sobborgo di Città del Capo – divenne l'inno non ufficiale della lotta anti-apartheid, una «preghiera laica» che risuonava nelle township e nelle radio di tutto il continente.

Dopo decenni di esilio, Ibrahim scelse l'Europa come ultima dimora, stabilendosi nella regione del Chiemsee, in Germania. Da lì continuò a girare il mondo, spesso in solitudine davanti a un pianoforte a coda, perché – come amava ripetere – le sue mani erano «troppo grandi per suonare Bach» ma perfette per accarezzare le armonie modali del Capo di Buona Speranza. I suoi concerti in Italia, accolti sempre con devozione, hanno lasciato un'impronta profonda nel pubblico europeo, testimoniando come il jazz possa farsi linguaggio universale del dolore e della speranza. La stampa tedesca e francese sottolinea oggi il paradosso di un uomo che, esule per necessità, ha trovato nella quiete bavarese lo spazio per rielaborare le radici africane.

Con la scomparsa di Abdullah Ibrahim si chiude un capitolo della storia musicale e politica del Novecento. Restano decine di incisioni, una discografia che attraversa otto decenni, e soprattutto un'eredità immateriale: la dimostrazione che la bellezza può opporsi alla barbarie senza perdere grazia. In un'epoca di nuove fratture globali, la sua lezione – secondo osservatori culturali europei – è più attuale che mai: Ibrahim ha insegnato che l'identità non è un recinto, ma un dialogo, e che un pianoforte accordato può diventare la coscienza di un popolo.

Divergenza delle fonti

Società · 5 testate · 5 lingue

38%Media

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Favorevole75%
Neutrale25%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 5 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa africana subsaharianaStampa europea continentale
Stampa africana subsahariana/ anglofona
distaccopragmatismo

Il pianista jazz sudafricano Abdullah Ibrahim è morto a 91 anni. Si è spento serenamente in Germania dopo una breve malattia, circondato dalla famiglia. Lascia oltre 70 album.

Stampa europea continentale/ mediterranea
trionfoindignazione

Abdullah Ibrahim, l'elegante pianista sudafricano dalla silhouette simile a Mandela, è morto in Germania a 91 anni. Simbolo della lotta contro l'apartheid, la sua musica portava il profumo dell'esilio e divenne una voce di libertà. Si era esibito l'ultima volta a marzo al Festival Internazionale del Jazz di Città del Capo, la sua città natale.

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