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sabato 13 giugno 2026

Un anno dalla guerra dei 12 giorni: un conflitto-lampo che ridisegna il Medio Oriente

Il 13 giugno 2025 Israele colpiva il programma nucleare iraniano. Dopo 12 giorni di scontri e un’estensione americana del conflitto, il cessate il fuoco mediato dal Qatar non ha spento le tensioni.

A un anno esatto dall’inizio della guerra dei dodici giorni, il Medio Oriente si interroga sulla portata di quel conflitto-lampo. Era il 13 giugno 2025 quando Israele lanciò l’operazione «Leone nascente», un attacco preventivo senza precedenti contro il cuore del programma nucleare iraniano e i centri di comando missilistico. Nel mirino entrarono i siti di Fordow, Natanz e Isfahan, ma anche alti ufficiali dei Guardiani della rivoluzione e scienziati atomici. L’offensiva israeliana, condotta inizialmente senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, colse di sorpresa Teheran, che reagì con massicci lanci di missili balistici sulle principali città israeliane. Nella seconda settimana, il presidente americano Donald Trump ordinò bombardamenti aggiuntivi su obiettivi nucleari iraniani, trasformando lo scontro in una guerra per procura in piena regola. Dopo dodici giorni di devastazione, un cessate il fuoco fu raggiunto grazie alla mediazione del Qatar, ma la tregua sarebbe durata meno di un anno: un secondo conflitto, la guerra dei quaranta giorni detta «del Ramadan», sarebbe esploso otto mesi più tardi.

L’anniversario è l’occasione per misurare le crepe che il conflitto ha aperto anche all’interno della società iraniana. Nelle stesse ore in cui il presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Ghalibaf ricordava i «bambini innocenti uccisi» e giurava di resistere «fino all’ultimo sangue», piattaforme informative vicine al fronte riformista invitavano i cittadini a valutare le preoccupazioni di chi si oppone al dialogo con Washington. Il dibattito tra falchi e colombe, a Teheran, si è fatto più aspro dopo le due guerre: la distruzione delle infrastrutture e la morte di figure strategiche hanno rafforzato l’ala intransigente, che considera ogni negoziato una resa, ma hanno anche alimentato un sommerso pragmatismo tra coloro che temono l’isolamento definitivo del Paese. Secondo analisti del Medio Oriente, il sistema iraniano è oggi attraversato da una tensione irrisolta: la retorica della «vittoria finale» convive con la consapevolezza che la dottrina della deterrenza è stata messa a dura prova.

Per l’Europa la guerra dei dodici giorni ha rappresentato un campanello d’allarme fragoroso. Se il conflitto fosse degenerato in uno scambio prolungato, gli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb sarebbero stati a rischio, con conseguenze immediate sui prezzi dell’energia e sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Analisti di Bruxelles sottolineano che l’Italia, in particolare, avrebbe patito l’interruzione dei flussi di gas provenienti dal Golfo e dal Mediterraneo orientale, mentre le basi militari sul territorio nazionale sarebbero potute diventare snodi logistici indesiderati. La mediazione qatariota ha evitato il peggio, ma ha anche messo in evidenza lo spazio ridotto per una diplomazia europea autonoma: l’Unione si è trovata a guardare da bordo campo mentre un piccolo emirato del Golfo e un’amministrazione americana divisa tra interventismo e voglia di disimpegno cucivano la tregua.

A distanza di un anno, il quadro strategico resta profondamente instabile. Mosca e Pechino, che osservarono il conflitto con distacco, continuano a considerare l’Iran un tassello delle proprie strategie anti-occidentali, ma hanno visto nell’estensione americana del conflitto una conferma dei rischi di escalation che limitano la loro stessa libertà di manovra. L’eredità dei dodici giorni, insomma, non è un Medio Oriente pacificato ma un teatro in cui le guerre si accendono e si spengono senza vere soluzioni. Il nucleare iraniano, sebbene colpito, non è stato smantellato, e la finestra per un accordo negoziale si è fatta più stretta. Per l’Europa, e per l’Italia, la sfida è doppia: sostenere ogni canale diplomatico rimasto aperto e prepararsi a uno scenario in cui la prossima crisi potrebbe non concedere il lusso di un conflitto a termine.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 2 lingue

44%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa iraniana e affiniStampa del Golfo arabo
Stampa iraniana e affini/ Regime
IndignazioneVittimismoRevanscismo

L'aggressione sionista e americana, sferrata senza provocazione, ha massacrato bambini innocenti e martiri. A un anno di distanza, la Repubblica Islamica ribadisce che il sangue dei caduti non sarà dimenticato e che si resterà in piedi fino alla vittoria finale, respingendo ogni cedimento al nemico.

Stampa del Golfo arabo
DistaccoPragmatismo

Il conflitto di dodici giorni, scoppiato con l'operazione israeliana contro i siti nucleari iraniani, si concluse grazie alla mediazione di uno stato arabo. Fu il preludio a una guerra più lunga otto mesi dopo, ma la tregua mostrò l'efficacia dei canali diplomatici regionali.

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sabato 13 giugno 2026

Un anno dalla guerra dei 12 giorni: un conflitto-lampo che ridisegna il Medio Oriente

Il 13 giugno 2025 Israele colpiva il programma nucleare iraniano. Dopo 12 giorni di scontri e un’estensione americana del conflitto, il cessate il fuoco mediato dal Qatar non ha spento le tensioni.

A un anno esatto dall’inizio della guerra dei dodici giorni, il Medio Oriente si interroga sulla portata di quel conflitto-lampo. Era il 13 giugno 2025 quando Israele lanciò l’operazione «Leone nascente», un attacco preventivo senza precedenti contro il cuore del programma nucleare iraniano e i centri di comando missilistico. Nel mirino entrarono i siti di Fordow, Natanz e Isfahan, ma anche alti ufficiali dei Guardiani della rivoluzione e scienziati atomici. L’offensiva israeliana, condotta inizialmente senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, colse di sorpresa Teheran, che reagì con massicci lanci di missili balistici sulle principali città israeliane. Nella seconda settimana, il presidente americano Donald Trump ordinò bombardamenti aggiuntivi su obiettivi nucleari iraniani, trasformando lo scontro in una guerra per procura in piena regola. Dopo dodici giorni di devastazione, un cessate il fuoco fu raggiunto grazie alla mediazione del Qatar, ma la tregua sarebbe durata meno di un anno: un secondo conflitto, la guerra dei quaranta giorni detta «del Ramadan», sarebbe esploso otto mesi più tardi.

L’anniversario è l’occasione per misurare le crepe che il conflitto ha aperto anche all’interno della società iraniana. Nelle stesse ore in cui il presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Ghalibaf ricordava i «bambini innocenti uccisi» e giurava di resistere «fino all’ultimo sangue», piattaforme informative vicine al fronte riformista invitavano i cittadini a valutare le preoccupazioni di chi si oppone al dialogo con Washington. Il dibattito tra falchi e colombe, a Teheran, si è fatto più aspro dopo le due guerre: la distruzione delle infrastrutture e la morte di figure strategiche hanno rafforzato l’ala intransigente, che considera ogni negoziato una resa, ma hanno anche alimentato un sommerso pragmatismo tra coloro che temono l’isolamento definitivo del Paese. Secondo analisti del Medio Oriente, il sistema iraniano è oggi attraversato da una tensione irrisolta: la retorica della «vittoria finale» convive con la consapevolezza che la dottrina della deterrenza è stata messa a dura prova.

Per l’Europa la guerra dei dodici giorni ha rappresentato un campanello d’allarme fragoroso. Se il conflitto fosse degenerato in uno scambio prolungato, gli stretti di Hormuz e di Bab el-Mandeb sarebbero stati a rischio, con conseguenze immediate sui prezzi dell’energia e sulla sicurezza degli approvvigionamenti. Analisti di Bruxelles sottolineano che l’Italia, in particolare, avrebbe patito l’interruzione dei flussi di gas provenienti dal Golfo e dal Mediterraneo orientale, mentre le basi militari sul territorio nazionale sarebbero potute diventare snodi logistici indesiderati. La mediazione qatariota ha evitato il peggio, ma ha anche messo in evidenza lo spazio ridotto per una diplomazia europea autonoma: l’Unione si è trovata a guardare da bordo campo mentre un piccolo emirato del Golfo e un’amministrazione americana divisa tra interventismo e voglia di disimpegno cucivano la tregua.

A distanza di un anno, il quadro strategico resta profondamente instabile. Mosca e Pechino, che osservarono il conflitto con distacco, continuano a considerare l’Iran un tassello delle proprie strategie anti-occidentali, ma hanno visto nell’estensione americana del conflitto una conferma dei rischi di escalation che limitano la loro stessa libertà di manovra. L’eredità dei dodici giorni, insomma, non è un Medio Oriente pacificato ma un teatro in cui le guerre si accendono e si spengono senza vere soluzioni. Il nucleare iraniano, sebbene colpito, non è stato smantellato, e la finestra per un accordo negoziale si è fatta più stretta. Per l’Europa, e per l’Italia, la sfida è doppia: sostenere ogni canale diplomatico rimasto aperto e prepararsi a uno scenario in cui la prossima crisi potrebbe non concedere il lusso di un conflitto a termine.

Divergenza delle fonti

— · 4 testate · 2 lingue

44%Media

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Neutrale33%
Critico67%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 2 lingue

TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa iraniana e affiniStampa del Golfo arabo
Stampa iraniana e affini/ Regime
IndignazioneVittimismoRevanscismo

L'aggressione sionista e americana, sferrata senza provocazione, ha massacrato bambini innocenti e martiri. A un anno di distanza, la Repubblica Islamica ribadisce che il sangue dei caduti non sarà dimenticato e che si resterà in piedi fino alla vittoria finale, respingendo ogni cedimento al nemico.

Stampa del Golfo arabo
DistaccoPragmatismo

Il conflitto di dodici giorni, scoppiato con l'operazione israeliana contro i siti nucleari iraniani, si concluse grazie alla mediazione di uno stato arabo. Fu il preludio a una guerra più lunga otto mesi dopo, ma la tregua mostrò l'efficacia dei canali diplomatici regionali.

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