
Uganda e Ghana: attacco ai media tra chiusure militari e intimidazioni legali
Il capo delle forze armate ugandesi ordina lo stop alle emittenti indipendenti, mentre in Ghana cresce l’allarme per querele temerarie e violenze contro i giornalisti.
Le forze armate ugandesi hanno fatto irruzione nella notte negli uffici del Nation Media Group (NMG) a Kampala, imponendo la chiusura immediata dell’emittente televisiva NTV Uganda, di Spark TV e del quotidiano Daily Monitor. Il capo di stato maggiore, generale Muhoozi Kainerugaba – figlio del presidente Yoweri Museveni – ha rivendicato l’operazione su X, dichiarando di «non credere nella stampa libera» e annunciando che d’ora in poi tutte le notizie critiche sul Paese dovranno essere sottoposte al suo vaglio. «Ho il potere di chiudere qualsiasi organo di informazione», ha scritto, «un potere concessomi dal mio grande padre». Secondo fonti locali, almeno sei testate del gruppo – uno dei maggiori conglomerati mediatici dell’Africa orientale con sede a Nairobi – sono state oscurate, mentre i dipendenti riferivano di militari che impedivano l’uscita e l’ingresso dalle sedi. L’Associazione nazionale degli editori ugandesi ha condannato l’azione come un grave attentato alla libertà di stampa, denunciando l’assenza di un mandato giudiziario e l’arbitrio dell’esecutivo.
La mossa si inserisce in un clima di tensione crescente: Museveni, 81 anni, ha da poco inaugurato il suo settimo mandato consecutivo, e il figlio Kainerugaba è sempre più spesso indicato come successore designato. Già nel 2013 il Daily Monitor fu rastrellato per la pubblicazione di una lettera riservata in cui si ventilava un «progetto Muhoozi» per la successione. Ora, secondo analisti di Kampala e organizzazioni per i diritti umani, la repressione mediatica segnala un giro di vite autoritario che potrebbe acuire l’isolamento internazionale del regime, descritto dalle opposizioni come una delle dittature più longeve del continente. La chiusura forzata di NMG, società quotata alla borsa di Nairobi, rischia inoltre di creare incidenti diplomatici con il Kenya, dove si trovano i vertici del gruppo.
Parallelamente, in Ghana, l’Associazione dei giornalisti (GJA) ha condannato l’aggressione fisica ai danni di un produttore di Obaatanpa Radio a Kasoa e la temporanea chiusura dell’emittente, episodio che sarebbe legato a un commento politico. Il segretario generale della GJA, Dominic Hlordze, ha inoltre lanciato l’allarme sull’effetto dissuasivo delle cause per diffamazione: oltre quindici procedimenti pendenti contro reporter e testate starebbero spingendo il giornalismo investigativo in un declino pericoloso. La stessa GJA ha fatto appello a un’indagine rapida e imparziale, ricordando che la Costituzione del 1992 sancisce l’indipendenza editoriale e offre vie di ricorso legali per chi si senta leso, senza ricorrere a intimidazioni o violenze.
A livello continentale, fonti diplomatiche africane vedono in questi sviluppi un arretramento della democrazia che chiama in causa l’Unione Africana e le Nazioni Unite. L’Italia e l’Unione Europea, partner dello sviluppo per entrambi i Paesi, potrebbero esercitare pressioni attraverso i canali della cooperazione, condizionando gli aiuti al rispetto dei diritti fondamentali. In Uganda, l’incertezza sulla riapertura delle testate permane, mentre in Ghana le indagini della polizia sono in corso. Le prossime settimane diranno se la reazione internazionale riuscirà a invertire una spirale che, secondo le organizzazioni di tutela della stampa, minaccia la sopravvivenza stessa del giornalismo indipendente nell’Africa subsahariana.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.70 | critical |
|---|---|---|
| Stampa africana subsahariana | −0.20 | neutral |
La leadership ugandese ha dichiarato apertamente guerra alla libertà di stampa, chiudendo i principali organi di informazione e deridendo l'idea stessa di media liberi. Non è una questione locale, ma una minaccia globale ai valori democratici.
Inquadrando l'evento come un assalto universale alla democrazia, il blocco lo rende risonante per il pubblico occidentale e giustifica la preoccupazione internazionale.
Il blocco omette qualsiasi discussione sul contesto politico locale o sulle lamentele che potrebbero aver portato alla chiusura, come presunti pregiudizi mediatici o preoccupazioni di sicurezza nazionale.
Le autorità ugandesi hanno chiuso le principali testate giornalistiche, citando la necessità di controllare l'informazione. La mossa è controversa ma riflette le tensioni in corso tra governo e stampa.
Presentando l'evento come una delle tante manovre politiche nella regione, il blocco lo normalizza ed evita una cornice morale universale, rendendolo meno eccezionale.
Il blocco omette la dichiarazione esplicita del comandante che rifiuta la stampa libera, probabilmente per minimizzare la dimensione ideologica.
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