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Trump umilia Netanyahu: «Se l’Iran avesse il nucleare, Israele non durerebbe due ore»

Dopo l’accordo con Teheran, il presidente americano accusa il premier israeliano di ingratitudine e scarso giudizio, mentre emergono dettagli sui raid in Libano che rischiarono di far saltare le trattative.

La frattura tra Washington e Gerusalemme si allarga fino a diventare una voragine diplomatica. In due interviste ravvicinate, al New York Times e ad Axios, il presidente Donald Trump ha ritratto Benjamin Netanyahu come un alleato «molto difficile», privo di «un ca**o di giudizio» e colpevole di aver quasi sabotato l’intesa con l’Iran sul nucleare. «Dovrebbe esserci molto grato – ha scandito Trump – perché senza di noi, se l’Iran avesse un’arma atomica, Israele non esisterebbe nemmeno per due ore». Parole che certificano il ribaltamento di una relazione un tempo blindata, mentre il presidente americano esalta il ruolo costruttivo di Vladimir Putin e Xi Jinping nel contenere la tensione durante il blocco dello Stretto di Hormuz.

L’irritazione della Casa Bianca è esplosa domenica 14 giugno, quando l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi in Libano violando l’esplicita richiesta di sospendere ogni azione militare mentre le trattative con Teheran erano a un punto cruciale. «Ero furioso – ha confessato Trump – Non doveva succedere». L’attacco ha riaperto la spirale con Hezbollah e messo in pericolo l’intero impianto negoziale. Da qui l’accusa di ingratitudine: per Trump, l’Iran dispone già di capacità di arricchimento prossime alla soglia militare, e solo l’iniziativa americana avrebbe scongiurato una catastrofe esistenziale per lo Stato ebraico.

Agli occhi di analisti europei e mediorientali, l’episodio segna un passaggio storico: Washington mostra di considerare l’interesse nazionale americano separabile dalla tradizionale copertura a Israele, mentre cerca sponde inaspettate a Mosca e Pechino per stabilizzare il Golfo Persico. Per l’Italia e l’Europa, la partita è duplice. Da un lato, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz resta vitale per le forniture energetiche; dall’altro, una nuova escalation in Libano minaccerebbe direttamente la missione UNIFIL, a guida italiana, e la fragile tregua nel Mediterraneo orientale.

Se l’intesa con l’Iran reggesse, si aprirebbe uno scenario di riassetto regionale in cui l’isolamento di Netanyahu potrebbe accelerare una crisi politica interna a Israele. Ma la fragilità dell’accordo – senza una ratifica congressuale e con Teheran che mantiene soglie critiche di uranio – lascia spazio a ogni tipo di incidente. In quest’ottica, le prossime settimane misureranno la reale capacità di Trump di imporre una pace fondata sullo scambio tra congelamento nucleare iraniano e fine delle ostilità per procura. La domanda che scuote le cancellerie, da Bruxelles a Riad, è se il presidente americano intenda davvero voltare pagina o se il furore contro «Bibi» sia l’ennesima mossa tattica in un puzzle mediorientale ancora irrisolto.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Dopo l'accordo di pace con l'Iran, Trump ha attaccato duramente Netanyahu, definendolo persona molto difficile e sottolineando che Israele dovrebbe essere grato. Ha ricordato che l'attacco israeliano al Libano della domenica 14 giugno è avvenuto mentre le trattative erano nel vivo e non sarebbe dovuto accadere. Se l'Iran avesse un'arma nucleare, ha avvertito, Israele non durerebbe due ore.

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Il rapporto tra Trump e Netanyahu è entrato in una fase di profonda diffidenza, con il presidente americano che in privato ha sfogato rabbia e insulti volgari. Trump ha detto di essere furioso per l'attacco sconsiderato di Netanyahu al Libano, privo di giudizio, e di averglielo comunicato senza mezzi termini. Ha aggiunto che senza l'intervento americano sull'Iran Israele semplicemente non esisterebbe.

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lunedì 15 giugno 2026

Trump umilia Netanyahu: «Se l’Iran avesse il nucleare, Israele non durerebbe due ore»

Dopo l’accordo con Teheran, il presidente americano accusa il premier israeliano di ingratitudine e scarso giudizio, mentre emergono dettagli sui raid in Libano che rischiarono di far saltare le trattative.

La frattura tra Washington e Gerusalemme si allarga fino a diventare una voragine diplomatica. In due interviste ravvicinate, al New York Times e ad Axios, il presidente Donald Trump ha ritratto Benjamin Netanyahu come un alleato «molto difficile», privo di «un ca**o di giudizio» e colpevole di aver quasi sabotato l’intesa con l’Iran sul nucleare. «Dovrebbe esserci molto grato – ha scandito Trump – perché senza di noi, se l’Iran avesse un’arma atomica, Israele non esisterebbe nemmeno per due ore». Parole che certificano il ribaltamento di una relazione un tempo blindata, mentre il presidente americano esalta il ruolo costruttivo di Vladimir Putin e Xi Jinping nel contenere la tensione durante il blocco dello Stretto di Hormuz.

L’irritazione della Casa Bianca è esplosa domenica 14 giugno, quando l’aviazione israeliana ha colpito obiettivi in Libano violando l’esplicita richiesta di sospendere ogni azione militare mentre le trattative con Teheran erano a un punto cruciale. «Ero furioso – ha confessato Trump – Non doveva succedere». L’attacco ha riaperto la spirale con Hezbollah e messo in pericolo l’intero impianto negoziale. Da qui l’accusa di ingratitudine: per Trump, l’Iran dispone già di capacità di arricchimento prossime alla soglia militare, e solo l’iniziativa americana avrebbe scongiurato una catastrofe esistenziale per lo Stato ebraico.

Agli occhi di analisti europei e mediorientali, l’episodio segna un passaggio storico: Washington mostra di considerare l’interesse nazionale americano separabile dalla tradizionale copertura a Israele, mentre cerca sponde inaspettate a Mosca e Pechino per stabilizzare il Golfo Persico. Per l’Italia e l’Europa, la partita è duplice. Da un lato, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz resta vitale per le forniture energetiche; dall’altro, una nuova escalation in Libano minaccerebbe direttamente la missione UNIFIL, a guida italiana, e la fragile tregua nel Mediterraneo orientale.

Se l’intesa con l’Iran reggesse, si aprirebbe uno scenario di riassetto regionale in cui l’isolamento di Netanyahu potrebbe accelerare una crisi politica interna a Israele. Ma la fragilità dell’accordo – senza una ratifica congressuale e con Teheran che mantiene soglie critiche di uranio – lascia spazio a ogni tipo di incidente. In quest’ottica, le prossime settimane misureranno la reale capacità di Trump di imporre una pace fondata sullo scambio tra congelamento nucleare iraniano e fine delle ostilità per procura. La domanda che scuote le cancellerie, da Bruxelles a Riad, è se il presidente americano intenda davvero voltare pagina o se il furore contro «Bibi» sia l’ennesima mossa tattica in un puzzle mediorientale ancora irrisolto.

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Dopo l'accordo di pace con l'Iran, Trump ha attaccato duramente Netanyahu, definendolo persona molto difficile e sottolineando che Israele dovrebbe essere grato. Ha ricordato che l'attacco israeliano al Libano della domenica 14 giugno è avvenuto mentre le trattative erano nel vivo e non sarebbe dovuto accadere. Se l'Iran avesse un'arma nucleare, ha avvertito, Israele non durerebbe due ore.

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Il rapporto tra Trump e Netanyahu è entrato in una fase di profonda diffidenza, con il presidente americano che in privato ha sfogato rabbia e insulti volgari. Trump ha detto di essere furioso per l'attacco sconsiderato di Netanyahu al Libano, privo di giudizio, e di averglielo comunicato senza mezzi termini. Ha aggiunto che senza l'intervento americano sull'Iran Israele semplicemente non esisterebbe.

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