
Trump annuncia intesa con l'Iran: minaccia nuove bombe e promette Hormuz riaperto
Un memorandum d'intesa non vincolante, senza fondi americani, ma con l'ultimatum di riprendere gli attacchi; i mercati festeggiano il calo del petrolio, mentre la tregua resta precaria.
Dal vertice del G7 a Évian, in Francia, Donald Trump ha presentato il 17 giugno 2026 un memorandum d'intesa con l'Iran come una vittoria personale, ma ha subito precisato che non si tratta di un accordo definitivo e che «se non si comporteranno bene, torneremo a sganciare bombe». Il presidente americano ha assicurato che lo Stretto di Hormuz, via d'acqua cruciale per il commercio petrolifero globale, sarà completamente riaperto entro due giorni, e ha rivendicato il crollo dei prezzi del greggio e l'impennata delle borse come prova del successo. Ha inoltre escluso qualsiasi investimento diretto di Washington in Iran – «nemmeno dieci centesimi» – pur ammettendo che altri paesi restano liberi di farlo.
L'annuncio arriva dopo mesi di conflitto aperto. Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele avevano lanciato un'offensiva militare contro l'Iran, colpendo infrastrutture e forze armate. Teheran aveva risposto minando e chiudendo di fatto lo Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi dell'energia e innescando una crisi che ha causato migliaia di vittime e scosso l'economia mondiale. Una tregua fragile, dichiarata ad aprile, viene ora prorogata di sessanta giorni grazie a questa intesa preliminare. Trump sostiene che la marina e l'esercito iraniani siano stati «distrutti» e che il paese sia rimasto senza difesa aerea, ma fonti iraniane ribaltano la narrazione: descrivono l'intesa come un tentativo di Washington di mascherare una sconfitta militare, ricordando che lo Stretto era aperto prima dell'aggressione americano-israeliana.
Le reazioni internazionali disegnano un mosaico di speranza e scetticismo. Gli analisti europei accolgono con sollievo la prospettiva di un Hormuz riaperto, vitale per le importazioni energetiche di Italia e Unione Europea, ma temono la precarietà di un'intesa non vincolante e l'assenza di un ruolo europeo nei negoziati. I paesi arabi del Golfo, che dallo Stretto dipendono per le proprie esportazioni, vedono positivamente la de-escalation, pur restando in allerta per il rischio di nuovi bombardamenti. Da Teheran, i media statali minimizzano le concessioni e denunciano l'autocelebrazione di Trump, sottolineando che la chiusura di Hormuz fu una conseguenza diretta dell'attacco subito.
Il futuro immediato resta appeso a un filo. Il memorandum non contiene impegni finanziari americani né meccanismi di verifica stringenti, e Trump ha esplicitamente minacciato di riprendere i bombardamenti se l'Iran non rispetterà i patti. Per l'Italia e l'Europa, importatori netti di energia, la riapertura parziale e condizionata dello Stretto offre un respiro temporaneo, ma non allontana lo spettro di una nuova fiammata del greggio. La diplomazia internazionale osserva con il fiato sospeso: la finestra di sessanta giorni per trasformare la tregua in un accordo stabile è stretta, e il linguaggio delle bombe continua a riecheggiare minaccioso sullo sfondo.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Trump lancia nuove minacce: se l'Iran non si comporta bene, torneremo a bombardare. Accusa Teheran di aver chiuso lo Stretto di Hormuz e di aver fatto salire i prezzi del petrolio, ma dichiara che gli USA non investiranno nemmeno 10 centesimi in Iran. L'accordo è solo un memorandum preliminare, non un'intesa definitiva.
Trump avverte che l'accordo con l'Iran è preliminare: se Teheran non si comporterà bene, gli USA torneranno a sganciare bombe. Tuttavia, definisce l'intesa forte e ottima, e garantisce che l'Iran non avrà armi nucleari. Gli Stati Uniti non investiranno fondi, smentendo voci su un piano da 300 miliardi, mentre l'accordo ha già ridato ottimismo ai mercati e prolungato il cessate il fuoco.
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