
Trump rivendica un potere senza confini e si colloca tra i grandi conquistatori della storia
In un'intervista e in un libro di prossima pubblicazione, il presidente americano sostiene di superare figure come Hitler, Stalin e Napoleone, mentre presenta l'intesa con l'Iran come una resa incondizionata.
Donald Trump ha dichiarato, in un'intervista di 45 minuti concessa al programma «Axios Show», di aver scoperto, conducendo la guerra contro l'Iran, che il suo potere «non ha limiti». La rivendicazione si accompagna alla diffusione di un documento, rivelato dal libro «Regime Change» dei giornalisti Maggie Haberman e Jonathan Swan, in cui il presidente si misura con Attila, Gengis Khan, Napoleone, Stalin, Mao e Hitler, sostenendo che la disponibilità di strumenti moderni – «loro non avevano aerei» – lo rende di gran lunga più potente. Secondo fonti vicine all'amministrazione, il testo, attribuito da Trump a un «presidential historian», sarebbe stato in realtà redatto da un assistente del golfista Gary Player.
Sul piano diplomatico, la guerra iniziata il 28 febbraio con l'obiettivo della «resa incondizionata» del regime iraniano si è conclusa con un memorandum d'intesa in 14 punti. L'accordo prevede il libero transito nello Stretto di Hormuz, la fine del blocco navale americano e l'accesso di Teheran a finanziamenti per almeno 300 miliardi di dollari, con la rimozione delle sanzioni subordinata a un'intesa definitiva. Nell'ottica di Washington, Trump ha giustificato la portata ridotta dell'intesa con la necessità di scongiurare una depressione economica globale, evocando lo spettro di Herbert Hoover e indicando nel calo del prezzo del petrolio e nella risalita dei mercati azionari la prova della bontà della scelta. Da Teheran, la Guida suprema Mojtaba Khamenei avrebbe dato un assenso riluttante alla firma del presidente Masoud Pezeshkian, mentre l'Autorità iraniana dello Stretto del Golfo Persico ha annunciato il passaggio gratuito per 60 giorni, subordinato a una richiesta con 48 ore di anticipo.
La visione trumpiana del potere si estende alle relazioni con alleati e avversari. Il presidente ha affermato che «se non fosse per me, Israele oggi non esisterebbe» e che il rapporto con Benjamin Netanyahu è buono ma richiede di «tenerlo un po' sano di mente». Ha lodato Xi Jinping e Narendra Modi come leader «completamente dedito al lavoro» e «molto duro», ha lamentato l'assenza di Vladimir Putin dal G7 e ha confessato che la cena offerta da Emmanuel Macron alla Reggia di Versailles ha fatto leva sulla sua debolezza per le scenografie imperiali. Da Bruxelles e da altre capitali europee, osservatori diplomatici leggono in queste esternazioni la conferma di una concezione del potere misurata sulla sottomissione altrui, mentre negli ambienti repubblicani più tradizionalisti – il senatore Bill Cassidy ha parlato di «enorme errore di politica estera» – cresce la preoccupazione per un accordo che, a loro giudizio, rafforza l'Iran.
Il dossier resta aperto: il cessate il fuoco di 60 giorni avvia un negoziato per un accordo permanente, con la revoca delle sanzioni americane vincolata al raggiungimento di quell'intesa finale. La pubblicazione del libro «Regime Change» getta intanto nuova luce sulla costruzione narrativa con cui Trump consolida la propria base, mentre il Congresso e gli alleati mediorientali osservano con attenzione i prossimi passi di un'amministrazione che, a parole, non riconosce limiti alla propria azione.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Trump rivendica un potere illimitato, paragonandosi ai dittatori più brutali della storia. La stampa iraniana lo dipinge come un megalomane pericoloso, osservando che persino i suoi falchi criticano l'accordo con l'Iran, smascherando i limiti del suo potere. La narrazione presenta l'Iran come una nazione resiliente di fronte a un aggressore delirante.
Trump insiste che il suo potere non ha confini, ma l'accordo con l'Iran racconta una storia diversa: apre 300 miliardi di dollari a Teheran. La stampa indiana si concentra sul divario pragmatico tra retorica e realtà, trattando l'episodio con scetticismo distaccato e attenzione alle conseguenze economiche.
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