
Israele sfida Trump e bombarda il Libano: l’intesa Usa-Iran già in bilico
Nuovi raid israeliani nel sud del Libano ignorano il monito di Trump al G7 e mettono a rischio il memorandum di pace mediato dal Pakistan, mentre Teheran minaccia ritorsioni.
Nonostante l’annuncio di un’intesa tra Washington e Teheran e le durissime critiche pubbliche di Donald Trump, Israele ha condotto mercoledì nuovi attacchi aerei e incursioni di terra nel sud del Libano. I bombardamenti hanno colpito le aree di Nabatieh al-Fawqa, Kfar Tebnit e Ansariyeh, mentre truppe israeliane avanzavano verso la cittadina di Haddatha, incontrando la resistenza di Hezbollah che ha risposto con razzi e droni. Secondo fonti libanesi, dal lunedì dell’accordo i raid israeliani hanno ucciso almeno cinque persone, tra cui quattro civili colpiti martedì mentre viaggiavano su veicoli nella regione di Nabatieh. La violenza è diminuita ma non si è fermata, e alcuni sfollati hanno cominciato a rientrare in un clima di tregua armata più che di pace.
La frattura tra Washington e Gerusalemme è esplosa al vertice del G7 di Évian, dove Trump ha dichiarato di non essere «per niente soddisfatto» della condotta israeliana in Libano e ha invitato Netanyahu a essere «più responsabile». In interviste successive, il presidente americano ha definito «pazzo» il primo ministro israeliano, segnando un ribaltamento rispetto all’epoca in cui Netanyahu lo celebrava come il «più grande amico di Israele alla Casa Bianca». Dietro la svolta c’è anche un calcolo interno: la guerra è impopolare negli Stati Uniti e ha fatto lievitare i prezzi della benzina. Trump spinge per un accordo che consenta immediate vendite di petrolio iraniano, ma avverte che il memorandum non è definitivo e minaccia di riprendere i bombardamenti se Teheran «non si comporterà bene». L’Iran, da parte sua, ha ribadito che l’intesa deve includere la cessazione delle ostilità in Libano e ha minacciato una «risposta severa» in caso contrario; Hezbollah ha fatto sapere che Teheran non firmerà alcun accordo nucleare senza lo stop alle operazioni israeliane.
Il bilancio umano della guerra lampo scatenata il 2 marzo è già pesantissimo: quasi quattromila morti e oltre un milione di sfollati in Libano, in gran parte civili. Trump ha criticato la tattica israeliana di bombardare interi palazzi per colpire singoli miliziani. Sul campo, l’esercito israeliano ha intercettato razzi di Hezbollah e ha colpito un furgone sospetto, mentre i media israeliani riferiscono di preparativi per una presenza prolungata oltre confine. La distanza tra la diplomazia e la realtà militare si allarga pericolosamente, con il rischio che gli scontri si trasformino in una guerra di attrito non dichiarata, nonostante l’esistenza formale di un percorso negoziale.
Per l’Europa e l’Italia lo scenario è carico di incognite. Analisti di Bruxelles temono che un’escalation possa coinvolgere direttamente l’Iran, destabilizzare le rotte energetiche del Mediterraneo orientale e innescare nuove pressioni migratorie. L’Italia, con la sua missione UNIFIL e gli interessi energetici nel Levante, osserva con apprensione una crisi che rischia di vanificare il fragile memorandum mediato dal Pakistan. La partita resta aperta: molto dipenderà dalla capacità di Trump di imporre a Netanyahu un costo politico reale, e dalla volontà di Teheran di non trasformare la minaccia di ritorsioni in un conflitto regionale fuori controllo.
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Nonostante l'accordo USA-Iran e le critiche di Trump, Israele continua a colpire il sud del Libano, uccidendo civili e sfollando oltre un milione di persone. La stampa araba denuncia la violazione dell'intesa e mette in primo piano le vittime, accusando Israele di sabotare la fragile tregua.
Trump rimprovera Netanyahu al G7, chiedendo maggiore responsabilità in Libano mentre promuove l'accordo con l'Iran. I raid israeliani continuano nonostante l'intesa, ma i dettagli restano segreti. L'attenzione è sulla tensione diplomatica e sul futuro incerto dell'accordo.
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