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Trump sconfitto al Kennedy Center: il suo nome rimosso dopo l'ordine del giudice

Nella notte tra venerdì e sabato, fra gli applausi della folla, gli operai hanno smantellato le lettere dorate volute dal presidente sulla facciata del tempio delle arti di Washington.

Alle prime ore di sabato, mentre una tenda bianca occultava la scena, il nome di Donald Trump ha cominciato a sparire dalla facciata del John F. Kennedy Center for the Performing Arts. Già dalla sera precedente centinaia di cittadini si erano radunati davanti al porticato, cantando e intonando slogan come «toglietelo!», mentre gli operai montavano le impalcature ritardati da un violento temporale. Si conclude così, dopo meno di sei mesi, la controversa parentesi voluta da un consiglio di amministrazione fedele al presidente, che nel dicembre scorso aveva ribattezzato unilateralmente l’istituzione in «The Donald J. Trump and The John F. Kennedy Memorial Center». La rimozione obbedisce a una sentenza del giudice federale Christopher Cooper, il quale ha stabilito che solo un atto del Congresso può modificare il nome di un memoriale nazionale dedicato a un presidente assassinato.

La battaglia legale si era intensificata nelle ore immediatamente precedenti. L’amministrazione Trump aveva presentato ricorsi fino all’ultimo minuto, chiedendo di sospendere l’esecuzione e ottenendo un rinvio della scadenza da mezzanotte di venerdì a mezzogiorno di sabato. Il Dipartimento di Giustizia aveva imputato i ritardi ai rischi per la sicurezza causati dai fulmini, ma il giudice ha respinto ogni ulteriore istanza. L’esecutivo del centro, Matt Floca, ha poi certificato al tribunale la cancellazione di ogni traccia del nome, non solo sulle insegne in bronzo del portico ma anche dal sito web, dalle segreterie telefoniche, dalle firme e-mail, dalla carta intestata e dai canali social, compreso il ritiro delle domande di marchio registrato che includevano il nome di Trump.

La vicenda, seguita in diretta da decine di migliaia di spettatori sui canali americani e ripresa con dovizia dalla stampa internazionale – dai giornali arabi come “An-Nahar” ai russi “Kommersant” e “Lenta.ru”, fino ai media indonesiani, brasiliani e svedesi – assume una valenza che travalica la cronaca giudiziaria. Analisti europei vi leggono un simbolo della resistenza delle istituzioni culturali alla personalizzazione del potere, mentre osservatori mediorientali e asiatici sottolineano come l’episodio metta in scena l’equilibrio fra esecutivo e legislativo tipico del sistema americano. Non è un caso che la rimozione sia avvenuta nella stessa settimana in cui Trump veniva sonoramente fischiato durante una partita delle finali NBA al Madison Square Garden: due episodi che mostrano i limiti dell’influenza presidenziale quando si scontra con spazi percepiti come patrimonio collettivo.

Ora il Kennedy Center torna a essere soltanto il memoriale vivente di John F. Kennedy, come lo immaginò il Congresso nel 1971. La sentenza costituisce un precedente giuridicamente nitido: nemmeno un consiglio di amministrazione nominato dal presidente può ribattezzare un’istituzione federale senza passare dal voto parlamentare. Resta aperto il nodo della governance – Trump mantiene la presidenza del board e i suoi fedelissimi occupano ancora la maggioranza dei seggi – ma l’identità del centro è blindata. Fra i jogger che all’alba osservavano le gru in azione sotto il telone bianco, serpeggiava la consapevolezza di assistere non soltanto a un’opera di muratura, ma alla riparazione di uno strappo istituzionale, in un America sempre più divisa sulla linea di confine fra potere personale e memoria condivisa.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 2 lingue

50%
TonoTemperaturaFocusPosizionamentoOrizzonte
Stampa atlantica / anglosferaStampa iraniana e affini
Stampa atlantica / anglosfera/ progressista
trionfourgenzaschadenfreude

Un tribunale federale ha stabilito che la ridenominazione era illegittima, costringendo alla rimozione del nome di Trump dalla facciata del Kennedy Center tra gli applausi della folla. L'operazione, seguita a un appello respinto, rappresenta un simbolico smacco per il presidente nel suo tentativo di imporre il proprio nome sulle istituzioni pubbliche.

Stampa iraniana e affini/ regime
indignazionetrionfoschadenfreude

Un giudice ha dichiarato illegale l'aggiunta del nome di Trump sul centro, ordinandone la rimozione entro una scadenza. La famiglia Kennedy e l'opposizione democratica avevano denunciato la rinomina unilaterale, e la folla ha applaudito mentre le lettere venivano staccate, infliggendo un'umiliante sconfitta al presidente.

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venerdì 12 giugno 2026

Trump sconfitto al Kennedy Center: il suo nome rimosso dopo l'ordine del giudice

Nella notte tra venerdì e sabato, fra gli applausi della folla, gli operai hanno smantellato le lettere dorate volute dal presidente sulla facciata del tempio delle arti di Washington.

Alle prime ore di sabato, mentre una tenda bianca occultava la scena, il nome di Donald Trump ha cominciato a sparire dalla facciata del John F. Kennedy Center for the Performing Arts. Già dalla sera precedente centinaia di cittadini si erano radunati davanti al porticato, cantando e intonando slogan come «toglietelo!», mentre gli operai montavano le impalcature ritardati da un violento temporale. Si conclude così, dopo meno di sei mesi, la controversa parentesi voluta da un consiglio di amministrazione fedele al presidente, che nel dicembre scorso aveva ribattezzato unilateralmente l’istituzione in «The Donald J. Trump and The John F. Kennedy Memorial Center». La rimozione obbedisce a una sentenza del giudice federale Christopher Cooper, il quale ha stabilito che solo un atto del Congresso può modificare il nome di un memoriale nazionale dedicato a un presidente assassinato.

La battaglia legale si era intensificata nelle ore immediatamente precedenti. L’amministrazione Trump aveva presentato ricorsi fino all’ultimo minuto, chiedendo di sospendere l’esecuzione e ottenendo un rinvio della scadenza da mezzanotte di venerdì a mezzogiorno di sabato. Il Dipartimento di Giustizia aveva imputato i ritardi ai rischi per la sicurezza causati dai fulmini, ma il giudice ha respinto ogni ulteriore istanza. L’esecutivo del centro, Matt Floca, ha poi certificato al tribunale la cancellazione di ogni traccia del nome, non solo sulle insegne in bronzo del portico ma anche dal sito web, dalle segreterie telefoniche, dalle firme e-mail, dalla carta intestata e dai canali social, compreso il ritiro delle domande di marchio registrato che includevano il nome di Trump.

La vicenda, seguita in diretta da decine di migliaia di spettatori sui canali americani e ripresa con dovizia dalla stampa internazionale – dai giornali arabi come “An-Nahar” ai russi “Kommersant” e “Lenta.ru”, fino ai media indonesiani, brasiliani e svedesi – assume una valenza che travalica la cronaca giudiziaria. Analisti europei vi leggono un simbolo della resistenza delle istituzioni culturali alla personalizzazione del potere, mentre osservatori mediorientali e asiatici sottolineano come l’episodio metta in scena l’equilibrio fra esecutivo e legislativo tipico del sistema americano. Non è un caso che la rimozione sia avvenuta nella stessa settimana in cui Trump veniva sonoramente fischiato durante una partita delle finali NBA al Madison Square Garden: due episodi che mostrano i limiti dell’influenza presidenziale quando si scontra con spazi percepiti come patrimonio collettivo.

Ora il Kennedy Center torna a essere soltanto il memoriale vivente di John F. Kennedy, come lo immaginò il Congresso nel 1971. La sentenza costituisce un precedente giuridicamente nitido: nemmeno un consiglio di amministrazione nominato dal presidente può ribattezzare un’istituzione federale senza passare dal voto parlamentare. Resta aperto il nodo della governance – Trump mantiene la presidenza del board e i suoi fedelissimi occupano ancora la maggioranza dei seggi – ma l’identità del centro è blindata. Fra i jogger che all’alba osservavano le gru in azione sotto il telone bianco, serpeggiava la consapevolezza di assistere non soltanto a un’opera di muratura, ma alla riparazione di uno strappo istituzionale, in un America sempre più divisa sulla linea di confine fra potere personale e memoria condivisa.

Divergenza delle fonti

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Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

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Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa atlantica / anglosferaStampa iraniana e affini
Stampa atlantica / anglosfera/ progressista
trionfourgenzaschadenfreude

Un tribunale federale ha stabilito che la ridenominazione era illegittima, costringendo alla rimozione del nome di Trump dalla facciata del Kennedy Center tra gli applausi della folla. L'operazione, seguita a un appello respinto, rappresenta un simbolico smacco per il presidente nel suo tentativo di imporre il proprio nome sulle istituzioni pubbliche.

Stampa iraniana e affini/ regime
indignazionetrionfoschadenfreude

Un giudice ha dichiarato illegale l'aggiunta del nome di Trump sul centro, ordinandone la rimozione entro una scadenza. La famiglia Kennedy e l'opposizione democratica avevano denunciato la rinomina unilaterale, e la folla ha applaudito mentre le lettere venivano staccate, infliggendo un'umiliante sconfitta al presidente.

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