
Trump minaccia nuovi raid sull’Iran: «Se non rispettano l’intesa, torneremo a bombardare»
Al G7 di Evian, il presidente americano fissa un ultimatum di 60 giorni e avverte Teheran: senza un accordo definitivo, riprenderanno gli attacchi.
Dal vertice del G7 a Evian, in Francia, Donald Trump ha lanciato un ultimatum che mescola la promessa di pace con la minaccia esplicita della guerra. Il presidente americano ha dichiarato che se entro sessanta giorni il memorandum d’intesa siglato con l’Iran non si trasformerà in un accordo definitivo, gli Stati Uniti torneranno a «sganciare bombe proprio in mezzo alle loro teste». Parole pronunciate durante un bilaterale con il presidente egiziano Abdel-Fattah al-Sisi e ribadite in conferenza stampa, in cui Trump ha alternato toni durissimi – «nessun presidente è mai stato più severo di me con l’Iran» – a un sorprendente ottimismo sulla tenuta dell’intesa. Il messaggio, tuttavia, è inequivocabile: la finestra diplomatica è stretta, e il fallimento riaprirebbe immediatamente le ostilità.
L’accordo provvisorio, raggiunto nella notte del 15 giugno e firmato elettronicamente, prevede una cerimonia ufficiale il 19 giugno alla presenza del vicepresidente J.D. Vance. Trump ha insistito sul carattere non vincolante del memorandum: «Se non mi piace, se non si comportano bene, ricominceremo a bombardare. Non permetteremo mai che abbiano un’arma nucleare». Da Pechino, la reazione non si è fatta attendere: la Cina ha ricordato di aver «sempre sostenuto le richieste ragionevoli e legittime dell’Iran», segnalando una distanza strategica rispetto all’approccio muscolare di Washington. La presenza di al-Sisi al colloquio aggiunge un tassello mediorientale: l’Egitto, partner cruciale per la stabilità del Canale di Suez e del Mar Rosso, osserva con preoccupazione ogni escalation che possa infiammare il Golfo Persico e lo Stretto di Hormuz.
Per l’Europa e per l’Italia, il fragile equilibrio raggiunto ha implicazioni immediate. Secondo analisti di Bruxelles, un ritorno ai bombardamenti metterebbe a rischio non solo la sicurezza energetica – con possibili shock sui prezzi del greggio e del gas liquefatto – ma anche la tenuta dell’architettura di non proliferazione nucleare. L’Italia, che importa una quota significativa di idrocarburi via mare e ha interessi industriali nell’area, seguirebbe con apprensione ogni deriva militare. Il G7 francese, pensato per rilanciare la cooperazione multilaterale, si è così trasformato nel palcoscenico di una diplomazia del bastone, dove la minaccia di «bombardare finché non rispetteranno l’accordo» convive con la retorica di una «storica intesa».
La partita resta aperta. I sessanta giorni concessi da Trump rappresentano un orizzonte temporale tanto breve quanto carico di incognite: serviranno a costruire verifiche credibili sul programma nucleare iraniano e a sciogliere i nodi sanzionatori, oppure diventeranno il conto alla rovescia verso una nuova escalation. La comunità internazionale, con l’Europa in prima fila, dovrà lavorare per ancorare il memorandum a impegni irreversibili, evitando che la pace annunciata si riveli soltanto una tregua armata.
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Trump minaccia di riprendere i bombardamenti se l'Iran non si comporta bene, subordinando il memorandum alla sua approvazione personale. L'avvertimento dal G7 mostra una postura di forza unilaterale che suscita allarme. La Cina, al contrario, ribadisce il sostegno alle legittime richieste iraniane.
Trump ha dato all'Iran 60 giorni per raggiungere un accordo finale, minacciando altrimenti di riprendere i bombardamenti. Ha sottolineato che il memorandum non è definitivo e se non gli piace, è pronto a 'bombardare l'Iran all'inferno'. Le fonti russe evidenziano il carattere ultimativo della dichiarazione ed esprimono scetticismo sulla tenuta della tregua.
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