
Trump smentisce i fondi a Teheran, ma il vero nodo sono 300 miliardi
Il presidente americano nega pagamenti diretti all'Iran e rivendica l'impegno di Teheran a non dotarsi di armi nucleari, mentre resta aperto il confronto su un maxi-fondo per la ricostruzione.
Con un messaggio sulla sua piattaforma Truth Social, Donald Trump ha spento sul nascere le voci di un assegno americano da trecento milioni di dollari all'Iran, bollandole come «fake news diffuse dai democratici». Il presidente ha colto l'occasione per ribadire che la Repubblica islamica «ha accettato di non avere mai un'arma nucleare», elevando l'intesa siglata nei giorni scorsi a svolta diplomatica. Il memorandum d'intesa, che dovrebbe essere firmato in forma solenne venerdì e reso pubblico subito dopo, apre una finestra di sessanta giorni per negoziare un accordo definitivo. Trump, incontrando Emmanuel Macron a margine del G7 in Francia, ha parlato di un documento «molto potente» e ha elogiato la nuova leadership iraniana, definendola «intelligente e forte» dopo due precedenti tentativi falliti di dialogo.
La smentita presidenziale, tuttavia, non dissipa la nebbia che avvolge il capitolo finanziario. A generare confusione è la cifra: Trump nega esplicitamente un pagamento da trecento milioni, ma diverse fonti, a partire dal Financial Times, descrivono un fondo da trecento miliardi di dollari destinato ad attrarre investimenti privati per la modernizzazione dell'Iran. Il vicepresidente J.D. Vance ha confermato che Teheran «potrebbe avere accesso» a quelle risorse solo dopo aver rispettato gli obblighi, precisando che i capitali proverrebbero da una coalizione di Paesi del Golfo e da imprese, non dai governi. Nell'ottica di Teheran, questo meccanismo è parte integrante dell'architettura di pace; a Washington, invece, si insiste sul carattere condizionale e privato dei fondi, mentre al Congresso montano le perplessità bipartisan.
L'intesa arriva dopo settimane di scontri che hanno infiammato il Medio Oriente, interrotto le rotte petrolifere e fatto temere un conflitto su larga scala. La riapertura graduale dello Stretto di Hormuz – con le operazioni di sminamento in corso e il transito già ripreso – rappresenta un primo sollievo per i mercati globali dell'energia. Da Gerusalemme, tuttavia, filtrano analisi allarmate: la stampa israeliana accusa Trump di aver voltato le spalle a Benjamin Netanyahu, allineandosi alla linea di Vance, che ritiene il premier israeliano intenzionato a far deragliare l'accordo. Funzionari americani avrebbero messo in guardia chiunque osi opporsi al nuovo corso, preannunciando «costi personali» per i dissidenti.
Per l'Europa e l'Italia, la stabilizzazione del quadrante mediorientale è un interesse strategico immediato. La riapertura di Hormuz allontana lo spettro di un'impennata del prezzo del greggio che avrebbe colpito industrie e famiglie in una fase già segnata da tensioni inflazionistiche. Bruxelles osserva con cautela: il meccanismo di ricostruzione potrebbe creare opportunità per le imprese europee, ma resta subordinato a un percorso negoziale irto di ostacoli tecnici – dall'arricchimento dell'uranio allo smantellamento delle centrifughe – e alla tenuta politica interna sia a Washington sia a Teheran. La vera partita, dunque, non si gioca sui trecento milioni smentiti da Trump, ma sulla credibilità di un'architettura da trecento miliardi che dovrà dimostrarsi capace di vincolare la rinuncia nucleare iraniana a un orizzonte di sviluppo condiviso.
Come la stessa storia è raccontata altrove.
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Trump presenta l'intesa come una vittoria personale, sostenendo che l'Iran ha rinunciato per sempre all'arma nucleare. Le voci su un pagamento di 300 milioni di dollari vengono bollate come bufale diffuse da democratici incompetenti.
Nonostante le affermazioni di Trump, gli ambienti della sicurezza israeliana restano cauti, ricordando la storia di inganni dell'Iran. L'accordo è visto come fragile e le intenzioni di Teheran rimangono poco chiare.
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