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Bruxelles accusa Pechino di addestrare soldati russi, la Cina grida alla calunnia

L'UE afferma di aver verificato il coinvolgimento diretto di istruttori militari cinesi nella preparazione di truppe russe destinate all'Ucraina, mentre Pechino respinge le accuse come «pura diffamazione».

L’Unione Europea ha alzato il livello dello scontro con Pechino, accusando apertamente la Cina di fornire addestramento militare diretto alle forze armate russe impegnate in Ucraina. Al termine del Consiglio Affari Esteri a Lussemburgo, l’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha dichiarato di aver ricevuto «rapporti verificati» secondo cui l’esercito cinese avrebbe istruito personale russo destinato al fronte, in diverse località del territorio cinese. L’annuncio è stato accompagnato da un nuovo pacchetto di sanzioni contro imprese cinesi accusate di sostenere lo sforzo bellico di Mosca, segnando un’escalation nella strategia di Bruxelles che ora definisce Pechino un «abilitatore decisivo» della guerra.

La reazione di Pechino è stata immediata e tagliente. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha bollato le affermazioni come «prive di qualsiasi base fattuale, pura calunnia e denigrazione», respingendo ogni addebito di coinvolgimento militare nel conflitto. Fonti diplomatiche cinesi sottolineano come l’accusa si inserisca in una narrativa occidentale volta a criminalizzare la cooperazione economica e politica tra Cina e Russia, ribadendo la tradizionale posizione di Pechino favorevole a una soluzione politica della crisi ucraina. I media russi, dal canto loro, riportano le dichiarazioni di Kallas senza conferme ufficiali da parte del Cremlino, ma ricordano come indiscrezioni analoghe – tra cui un’inchiesta della Die Welt che ipotizzava l’addestramento segreto di circa 200 istruttori russi in Cina – circolassero già da mesi, alimentando il sospetto di un coinvolgimento più profondo di quanto ammesso.

Dall’altra sponda dell’Atlantico, il Palazzo di Vetro ha scelto una linea più sfumata ma non meno eloquente. Il portavoce del Segretario generale dell’ONU, Stéphane Dujarric, ha dichiarato che «l’ultima cosa di cui la guerra in Ucraina ha bisogno sono più soldati, più interferenze esterne e più coinvolgimento straniero», auspicando un movimento nella direzione opposta. L’intervento, pur senza menzionare esplicitamente la Cina, suona come un monito rivolto a tutti gli attori esterni, in un momento in cui l’amministrazione Trump spinge per un disgelo con Mosca e l’Europa cerca di ridefinire il proprio ruolo nella sicurezza continentale.

Per l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione, l’irrigidimento verso Pechino comporta rischi e contraddizioni. Da un lato, la necessità di mantenere coeso il fronte occidentale a sostegno di Kiev spinge verso un contenimento più severo dei flussi di tecnologia e componenti dual-use che, attraverso la Cina, raggiungono l’industria bellica russa. Dall’altro, l’Italia resta uno dei partner commerciali europei più esposti verso la Cina, con un interscambio che supera i 70 miliardi di euro e investimenti strategici in settori sensibili. L’inserimento di aziende cinesi nella lista nera europea rischia di innescare ritorsioni che colpirebbero filiere già provate dalla frammentazione post-pandemica.

La mossa di Bruxelles, tuttavia, va letta anche in chiave politica interna: l’Alto rappresentante Kallas, alla sua prima iniziativa di peso dopo la nomina, cerca di imprimere una svolta più assertiva alla politica estera comune, in un momento in cui l’Unione è chiamata a dimostrare autonomia strategica. Se le accuse troveranno ulteriori riscontri, il prossimo passo potrebbe essere l’estensione delle sanzioni a individui e istituzioni militari cinesi, con conseguenze imprevedibili sul dialogo bilaterale. Pechino, dal canto suo, continuerà a respingere ogni addebito, ma la crescente pressione occidentale rischia di spingerla a rinsaldare l’asse con Mosca, complicando qualsiasi ipotesi di pace negoziata in Ucraina.

Come la stessa storia è raccontata altrove.

2 gruppi editoriali · 5 lingue

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Stampa europea continentaleStampa russa e CSI
Stampa europea continentale
allarmeindignazione

L'Unione Europea accusa la Cina di addestrare soldati russi per la guerra in Ucraina, citando rapporti verificati, e impone sanzioni a imprese cinesi. Pechino respinge le accuse come infondate.

Stampa russa e CSI/ stato
scetticismovittimismo

La Cina respinge le accuse dell'UE di addestrare soldati russi, definendole calunnie prive di fondamento. Il ministero degli Esteri cinese nega qualsiasi coinvolgimento militare.

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martedì 16 giugno 2026

Bruxelles accusa Pechino di addestrare soldati russi, la Cina grida alla calunnia

L'UE afferma di aver verificato il coinvolgimento diretto di istruttori militari cinesi nella preparazione di truppe russe destinate all'Ucraina, mentre Pechino respinge le accuse come «pura diffamazione».

L’Unione Europea ha alzato il livello dello scontro con Pechino, accusando apertamente la Cina di fornire addestramento militare diretto alle forze armate russe impegnate in Ucraina. Al termine del Consiglio Affari Esteri a Lussemburgo, l’Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas ha dichiarato di aver ricevuto «rapporti verificati» secondo cui l’esercito cinese avrebbe istruito personale russo destinato al fronte, in diverse località del territorio cinese. L’annuncio è stato accompagnato da un nuovo pacchetto di sanzioni contro imprese cinesi accusate di sostenere lo sforzo bellico di Mosca, segnando un’escalation nella strategia di Bruxelles che ora definisce Pechino un «abilitatore decisivo» della guerra.

La reazione di Pechino è stata immediata e tagliente. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Lin Jian, ha bollato le affermazioni come «prive di qualsiasi base fattuale, pura calunnia e denigrazione», respingendo ogni addebito di coinvolgimento militare nel conflitto. Fonti diplomatiche cinesi sottolineano come l’accusa si inserisca in una narrativa occidentale volta a criminalizzare la cooperazione economica e politica tra Cina e Russia, ribadendo la tradizionale posizione di Pechino favorevole a una soluzione politica della crisi ucraina. I media russi, dal canto loro, riportano le dichiarazioni di Kallas senza conferme ufficiali da parte del Cremlino, ma ricordano come indiscrezioni analoghe – tra cui un’inchiesta della Die Welt che ipotizzava l’addestramento segreto di circa 200 istruttori russi in Cina – circolassero già da mesi, alimentando il sospetto di un coinvolgimento più profondo di quanto ammesso.

Dall’altra sponda dell’Atlantico, il Palazzo di Vetro ha scelto una linea più sfumata ma non meno eloquente. Il portavoce del Segretario generale dell’ONU, Stéphane Dujarric, ha dichiarato che «l’ultima cosa di cui la guerra in Ucraina ha bisogno sono più soldati, più interferenze esterne e più coinvolgimento straniero», auspicando un movimento nella direzione opposta. L’intervento, pur senza menzionare esplicitamente la Cina, suona come un monito rivolto a tutti gli attori esterni, in un momento in cui l’amministrazione Trump spinge per un disgelo con Mosca e l’Europa cerca di ridefinire il proprio ruolo nella sicurezza continentale.

Per l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione, l’irrigidimento verso Pechino comporta rischi e contraddizioni. Da un lato, la necessità di mantenere coeso il fronte occidentale a sostegno di Kiev spinge verso un contenimento più severo dei flussi di tecnologia e componenti dual-use che, attraverso la Cina, raggiungono l’industria bellica russa. Dall’altro, l’Italia resta uno dei partner commerciali europei più esposti verso la Cina, con un interscambio che supera i 70 miliardi di euro e investimenti strategici in settori sensibili. L’inserimento di aziende cinesi nella lista nera europea rischia di innescare ritorsioni che colpirebbero filiere già provate dalla frammentazione post-pandemica.

La mossa di Bruxelles, tuttavia, va letta anche in chiave politica interna: l’Alto rappresentante Kallas, alla sua prima iniziativa di peso dopo la nomina, cerca di imprimere una svolta più assertiva alla politica estera comune, in un momento in cui l’Unione è chiamata a dimostrare autonomia strategica. Se le accuse troveranno ulteriori riscontri, il prossimo passo potrebbe essere l’estensione delle sanzioni a individui e istituzioni militari cinesi, con conseguenze imprevedibili sul dialogo bilaterale. Pechino, dal canto suo, continuerà a respingere ogni addebito, ma la crescente pressione occidentale rischia di spingerla a rinsaldare l’asse con Mosca, complicando qualsiasi ipotesi di pace negoziata in Ucraina.

Divergenza delle fonti

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23%Bassa

Quanto le fonti raccontano gli stessi fatti in modo diverso.

Come si dividono

Neutrale13%
Critico87%

Come la stessa storia è raccontata altrove.

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Stampa europea continentaleStampa russa e CSI
Stampa europea continentale
allarmeindignazione

L'Unione Europea accusa la Cina di addestrare soldati russi per la guerra in Ucraina, citando rapporti verificati, e impone sanzioni a imprese cinesi. Pechino respinge le accuse come infondate.

Stampa russa e CSI/ stato
scetticismovittimismo

La Cina respinge le accuse dell'UE di addestrare soldati russi, definendole calunnie prive di fondamento. Il ministero degli Esteri cinese nega qualsiasi coinvolgimento militare.

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