
Quindici anni dopo Utøya, l’ombra lunga di Breivik sull’Europa
Mentre la Norvegia inaugura un nuovo memoriale, i servizi di sicurezza scandinavi avvertono che il culto del terrorista è in crescita, e le sue idee riemergono nel discorso politico mainstream.
Jørn Øverby, il pescatore che quel 22 luglio 2011 si precipitò con la sua barca verso l’isola di Utøya, ricorda ancora il corpo di una ragazza a galla, la maglietta con Topolino, un foro grande come un pugno nella schiena. “Dovetti scansarla, dovevamo salvare chi era ancora vivo”, ha raccontato alla televisione svedese. Nell’oscurità della sera, tra gli alberi, i telefoni cellulari delle vittime continuavano a illuminarsi, muti richiami di chi cercava disperatamente notizie. A quindici anni dalla strage che costò la vita a 77 persone, per mano del terrorista neonazista Anders Behring Breivik, la Norvegia si è fermata per commemorare, ma il fantasma di quell’eccidio non smette di agitare il presente scandinavo ed europeo.
Secondo i servizi di sicurezza norvegesi (PST), il pericolo rappresentato dall’estremismo di destra è oggi maggiore di quanto non fosse nel 2011. “Negli ultimi anni c’è stato un aumento di persone che ammirano o celebrano Breivik”, ha dichiarato Caroline Iwarsson del dipartimento antiterrorismo. I canali aperti come TikTok fungono da “autostrada per la radicalizzazione”, mescolando violenza efferata a humor, meme e riferimenti alla cultura pop. In Svezia, il dibattito pubblico ha registrato una normalizzazione che diversi analisti scandinavi definiscono preoccupante: il manifesto di Breivik, che già nel 2011 teorizzava la “remigrazione” di massa dei musulmani entro il 2083, fu inviato allora a indirizzi di posta elettronica di partiti come la Lega e Forza Nuova in Italia. Oggi, osservano gli stessi analisti, quelle stesse parole d’ordine – dalla “remigrazione” alla criminalizzazione dell’immigrato – sono entrate nel linguaggio di forze di governo, non solo in Svezia, dove i Democratici Svedesi condizionano l’esecutivo, ma in tutta Europa, con Alternative für Deutschland che sfiora il 30% nei sondaggi tedeschi e i Patrioti per l’Europa diventati il terzo gruppo all’Europarlamento.
La memoria della strage si è fatta materia viva, e controversa, nel nuovo Centro 22 luglio inaugurato a Oslo, dove per la prima volta viene esposta la falsa uniforme da poliziotto che Breivik indossò per attirare le sue vittime. La madre della più giovane tra le vittime, una ragazzina di 14 anni, ha lasciato l’anteprima senza visitare la mostra, non essendo stata informata della scelta espositiva. “La reazione è stata piuttosto intensa”, ha detto. Accanto al centro, il monumento nazionale “Underhåll”, un’enorme struttura d’acciaio blu che sorregge un mosaico di oltre 300.000 pietre tagliate a mano, a formare un trampoliere, è stato realizzato con l’aiuto di sopravvissuti e giovani. Intanto, l’ex premier Jens Stoltenberg ha aperto per la prima volta i suoi taccuini di quel giorno, rivelando come le prime stime dei morti fossero drammaticamente basse: “Vedere quei numeri scritti, che si rivelarono completamente sbagliati, è un promemoria di quanto enorme fu la tragedia”.
In Germania, il caso Breivik continua a interrogare il sistema penale: rinchiuso in un carcere di massima sicurezza con palestra, cucina e tre pappagallini, il terrorista ha fatto causa allo Stato norvegese denunciando un trattamento “inumano”, mentre l’opinione pubblica si divide tra chi parla di “prigione di lusso” e chi ricorda che l’isolamento prolungato è la misura più severa prevista dalla legge. In Italia, il quindicinale della strage ha riacceso la riflessione su come l’orizzonte descritto da Breivik – un’Europa in guerra contro l’“invasione” – non appaia più come un rigurgito marginale, ma come una corrente che attraversa le democrazie liberali. Sull’isola di Utøya, la notte del 22 luglio, i telefoni delle vittime smisero di squillare solo all’alba. Oggi, il nuovo monumento di Oslo, con il suo uccello migratore composto da infinite tessere, sembra suggerire che la ricomposizione della memoria è un’opera collettiva, fragile e sempre esposta alle intemperie della storia.
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