
Teheran avverte Washington: nessuna ingerenza nello Stretto di Hormuz
Mentre proseguono i colloqui a Doha, l'Iran rivendica il controllo del passaggio strategico con l'Oman e accusa Israele di voler sabotare l'intesa.
La Repubblica Islamica non permetterà alcuna interferenza americana nella gestione dello Stretto di Hormuz. Lo ha dichiarato il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, durante un incontro a Teheran con il vicepresidente del Congresso nazionale del popolo cinese, He Wei, giunto per le esequie della Guida suprema Ali Khamenei. Secondo fonti iraniane, l'intesa raggiunta con gli Stati Uniti – un memorandum d'intesa temporaneo dopo la guerra dei quaranta giorni – assegna a Teheran e Mascate, in quanto Stati costieri, la regolamentazione del traffico navale, in base all'articolo 5 dell'accordo. Ghalibaf ha inoltre accusato Israele di cercare senza sosta di far fallire l'intesa, ma ha assicurato che la capacità di deterrenza iraniana impedirà una ripresa delle ostilità.
La posizione di Teheran si inserisce in un quadro regionale complesso. Da Pechino, il vicepresidente He Wei ha ribadito l'amicizia storica e la volontà di rafforzare il partenariato strategico, mentre Baghdad, attraverso il presidente del Parlamento iracheno al-Halbousi, ha salutato l'accordo come un passo verso la riapertura del corridoio energetico e il ristabilimento delle esportazioni petrolifere, vitali per le economie di entrambi i Paesi. L'Iraq, che ha subito danni durante il conflitto, spera di compensare le perdite con la ripresa dei flussi. Sul fronte opposto, secondo analisti mediorientali, Washington considera lo Stretto una via d'acqua internazionale e respinge qualsiasi ipotesi di pedagogio o tariffa obbligatoria, mentre l'Oman, mediatore e Stato rivierasco, ha precisato che l'eventuale contributo richiesto alle compagnie di navigazione sarebbe volontario, sul modello dello Stretto di Malacca, e destinato alla manutenzione e alla sicurezza ambientale.
La posta in gioco è altissima per l'Europa e in particolare per l'Italia, che dipende per circa il 15% del proprio fabbisogno petrolifero dal Golfo Persico. Ogni restrizione al traffico attraverso Hormuz – da cui transita un quinto del greggio mondiale – si riflette immediatamente sui prezzi dei carburanti e sulla stabilità delle catene di approvvigionamento. Bruxelles segue con apprensione l'evolversi della situazione, consapevole che un nuovo blocco prolungato aggraverebbe la crisi energetica innescata dalle tensioni geopolitiche degli ultimi anni.
Nel frattempo, sul terreno, i Pasdaran hanno schierato unità speciali lungo la costa iraniana del Golfo, con il compito di identificare in anticipo le navi che percorrono la rotta meridionale, quella più vicina alle acque omanite, e di raccogliere informazioni attraverso fonti locali per anticipare i movimenti. Teheran ha avvertito che solo il corridoio da essa indicato – a sud dell'isola di Larak – è considerato sicuro, mentre il passaggio centrale resta minato e inagibile. I negoziati di Doha, mediati dall'Oman, dovranno sciogliere questo nodo entro poche settimane: la scadenza per lo sminamento è fissata a trenta giorni, e il rischio di incidenti rimane elevato, con tre rotte parallele che si contendono la fiducia degli armatori internazionali.
| Stampa iraniana e affini | +0.70 | aligned |
|---|---|---|
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.70 | critical |
L'Iran proclama il suo diritto inalienabile sullo Stretto di Hormuz, sfidando ogni ingerenza esterna.
La ripetizione del termine 'esclusivo' e il riferimento a un accordo con la Cina creano una cornice di legittimità internazionale, mentre la minaccia implicita di bloccare il traffico marittimo rafforza la posizione negoziale.
Viene omesso il contesto delle sanzioni internazionali e delle accuse di attacchi a navi mercantili, che indebolirebbero la pretesa di mera difesa.
L'Occidente denuncia le pretese iraniane come una minaccia alla libertà di navigazione e alla stabilità regionale.
L'uso di fonti di intelligence anonime e la cornice di 'minaccia imminente' creano un senso di urgenza, mentre il riferimento a piani di assassinio israeliani sposta l'attenzione sulla pericolosità del regime iraniano.
Viene omesso il punto di vista iraniano sulla legittima difesa e il contesto delle provocazioni statunitensi nella regione.
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