
Taiwan accelera sulle esercitazioni mentre Pechino ridisegna la routine dello Stretto
Manovre con fuoco vero, nuovi droni americani e addestramento intensivo per i riservisti segnano la risposta di Taipei a una pressione navale e aerea cinese sempre più frequente e ambigua.
Carri armati hanno percorso le strade di Taoyuan, la città che ospita il principale aeroporto internazionale dell’isola, mentre unità dell’esercito, della marina e dell’aviazione prendevano posizione attorno a infrastrutture critiche. È l’avvio dell’esercitazione «Immediate Combat Readiness», cinque giorni di manovre che Taiwan conduce a cadenza regolare ma che quest’anno cadono in un contesto radicalmente mutato. Secondo fonti della difesa taiwanese, la moltiplicazione dei pattugliamenti congiunti e delle missioni di «prontezza al combattimento» dell’Esercito Popolare di Liberazione – culminata il 25 maggio con oltre cento unità navali a cerchio attorno all’isola e proseguita con una nuova sortita a lungo raggio domenica scorsa – ha reso sempre più sottile il confine tra tempo di pace e tempo di guerra, riducendo il margine di preavviso per una risposta a una crisi.
Nell’ottica di Pechino, si tratta di operazioni di routine che rientrano nella legittima difesa della sovranità territoriale. La Repubblica Popolare considera Taiwan una provincia ribelle e non esclude il ricorso alla forza se il processo di riunificazione non dovesse compiersi entro il 2050, anno del centenario della fondazione dello Stato. Taipei, al contrario, legge l’aumento della frequenza e della scala delle incursioni – navali, aeree e ora anche di droni – come l’applicazione sistematica di una strategia di «zona grigia»: azioni assertive ma non apertamente belliche, pensate per assuefare le difese, l’opinione pubblica e la comunità internazionale a una presenza militare cinese permanente attorno all’isola. Una dinamica che, secondo analisti della difesa occidentali, replica il metodo già sperimentato da Pechino nel Mar Cinese Meridionale, dove in vent’anni basi civili sono state progressivamente militarizzate fino a trasformare atolli contesi in avamposti strategici.
La risposta di Taiwan non si limita alle esercitazioni. Un rapporto del ministero della Difesa inviato in questi giorni al Parlamento ha abolito il doppio binario nell’addestramento dei riservisti: da gennaio tutti i richiamati devono seguire un ciclo intensivo di quattordici giorni, fino a un massimo di quattro convocazioni in otto anni, e si sta valutando l’estensione dell’obbligo anche al personale femminile congedato. Sul piano tecnologico, è arrivata sull’isola la prima tranche di droni MQ-9B SkyGuardian acquistati dagli Stati Uniti per quasi settecento milioni di dollari. Piattaforme pensate per la sorveglianza e l’interoperabilità con i sistemi americani, giapponesi e di altri partner regionali, che secondo esperti taiwanesi consentiranno una condivisione in tempo reale dell’intelligence, rafforzando il coordinamento difensivo nell’Indo-Pacifico. Washington, da parte sua, continua a considerare le forniture militari a Taipei un impegno strategico, mentre Pechino le denuncia come un’interferenza che oltrepassa «linee rosse».
Per l’Europa e per l’Italia, la posta in gioco va oltre la geopolitica. Lo Stretto di Taiwan è un collo di bottiglia del commercio globale: vi transita una quota rilevante dei semiconduttori e dei beni manifatturieri che alimentano le catene produttive del continente. Diplomatici europei seguono con apprensione l’erosione dello status quo, consapevoli che un’interruzione prolungata della libertà di navigazione colpirebbe in modo diretto economie export-oriented come quella italiana. Il dossier resta incandescente. Taipei ha in calendario per luglio l’esercitazione Han Kuang, la più importante dell’anno, mentre la Cina prosegue i pattugliamenti navali e aerei e, secondo valutazioni del Pentagono, sarebbe in grado di avviare un blocco navale dell’isola nel giro di poche ore. La prossima verifica parlamentare a Taiwan sulla chiamata alle armi delle riserviste e l’integrazione operativa dei nuovi droni saranno i primi indicatori di un riarmo che corre sullo sfondo di una trattativa diplomatica assente.
| Stampa cinese | −0.60 | critical |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −0.20 | neutral |
| Stampa europea continentale | 0.00 | neutral |
Le autorità separatiste di Taiwan, mettendo in scena queste esercitazioni, giocano con il fuoco e mettono a rischio la stabilità regionale.
Etichettando le azioni di Taiwan come 'separatiste' e le proprie come 'legittime', si crea un'asimmetria morale che giustifica la reazione cinese.
Viene omesso che l'aumento delle pattuglie cinesi ha provocato le esercitazioni, e qualsiasi accenno al diritto di Taiwan all'autodifesa.
La decisione di Taiwan di tenere esercitazioni di prontezza sottolinea la tensione crescente nella regione, conseguenza della postura militare di entrambe le parti.
Bilanciando la colpa tra le due parti e invocando moderazione, si posiziona come osservatore neutrale mentre implicitamente sostiene la posizione cinese.
Viene omessa qualsiasi forte condanna delle pattuglie cinesi o il pieno riconoscimento del diritto di Taiwan all'autodifesa.
Queste esercitazioni sono un chiaro segno che lo status quo sta diventando insostenibile; tutte le parti devono impegnarsi nel dialogo per prevenire una guerra accidentale.
Universalizzando il rischio e invocando norme internazionali, si evita di prendere posizione mentre si sostiene un esito preferito.
Vengono omesse le giustificazioni dettagliate di entrambe le parti, concentrandosi invece sul pericolo astratto.
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