
Si allarga il conflitto con l’Iran: due soldati USA uccisi in Giordania, il Congresso chiede lo stop
Il Pentagono identifica le vittime dell’attacco alla base di Muwaffaq Salti mentre Teheran minaccia il transito nel Golfo e i democratici invocano la fine della guerra.
Il Dipartimento della Difesa statunitense ha reso noti i nomi dei due militari uccisi venerdì scorso durante un attacco con missili balistici e droni iraniani contro la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania: il primo tenente Tyler James Feehan, 25 anni, e la soldato Isabella Gonzales, 19 anni. Un terzo militare risulta ancora disperso e resti non identificati sono al vaglio degli esperti forensi, mentre un quarto soldato è deceduto sabato in Iraq durante la detonazione controllata di un ordigno inesploso di un drone iraniano. Con queste ultime perdite, il bilancio complessivo dei caduti americani dall’inizio delle ostilità, il 28 febbraio scorso, sale a diciassette unità, in un conflitto che, secondo fonti del Pentagono, non prevede operazioni di terra in territorio iraniano ma espone le forze dispiegate in tutta la regione a rappresaglie sempre più estese.
Sul piano politico, l’amministrazione Trump difende la campagna militare come necessaria per impedire a Teheran di dotarsi di un arsenale nucleare. Il segretario alla Guerra Pete Hegseth ha dichiarato che il sacrificio dei caduti «rafforza la nostra determinazione», mentre il presidente ha affermato di aver ordinato nuovi raid «in onore» dei soldati uccisi. Di segno opposto la reazione dei legislatori democratici: il leader della minoranza alla Camera, Hakeem Jeffries, ha definito il conflitto «un disastroso e costoso atto di guerra», e il senatore Chris Van Hollen ha chiesto la fine immediata delle ostilità. Da Teheran, la Guida suprema Mojtaba Khamenei ha bollato come «privi di credibilità» gli impegni presi da Washington, accusando gli Stati Uniti di aver violato ripetutamente l’accordo di cessate il fuoco temporaneo firmato il 17 giugno e crollato l’8 luglio, dopo attacchi iraniani a petroliere nello Stretto di Hormuz.
L’estensione geografica degli scontri sta producendo conseguenze dirette sulle infrastrutture civili e sulla sicurezza della navigazione. Il Kuwait ha denunciato per il secondo giorno consecutivo il danneggiamento di un impianto di desalinizzazione – fonte primaria di acqua potabile per le nazioni del Golfo – mentre le autorità marittime britanniche hanno segnalato il colpimento di un mercantile al largo dell’Oman. I Guardiani della rivoluzione iraniani hanno avvertito che «nemmeno una goccia di petrolio» attraverserà lo Stretto di Hormuz finché proseguirà l’«aggressione» americana, e hanno rivendicato attacchi contro aeroporti e installazioni militari in Giordania, Kuwait e Siria. Dal canto suo, il Comando centrale USA ha confermato la nona notte consecutiva di bombardamenti su centri di comando, siti di lancio e reti di comunicazione iraniane, in un’escalation che, secondo analisti mediorientali, rischia di trasformare il conflitto in una guerra regionale di lunga durata.
La cornice giuridica e diplomatica resta incerta. Il memorandum d’intesa che aveva sospeso le ostilità per sessanta giorni è ormai carta straccia, e sia la Camera sia il Senato statunitensi hanno approvato risoluzioni ai sensi del War Powers Act per limitare i poteri del presidente. Il senatore democratico Adam Schiff ha presentato una nuova risoluzione dopo il crollo della tregua, mentre un sondaggio di Economist/YouGov indica che il 57 per cento degli americani adulti considera sbagliata la decisione di entrare in guerra. In assenza di un canale negoziale attivo, l’unica certezza è la prosecuzione delle operazioni militari: il Pentagono ha annunciato che i raid continueranno finché l’Iran non cesserà le minacce alla navigazione e al programma nucleare, mentre a Teheran i Guardiani della rivoluzione promettono una «operazione punitiva» contro le forze statunitensi nella regione.
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.30 | critical |
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| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
| Stampa indiana e sudasiatica | 0.00 | neutral |
I legislatori statunitensi chiedono la fine della guerra, mentre il Pentagono piange i suoi caduti.
Enfatizzando l'età e l'innocenza dei soldati uccisi, si crea un appello emotivo per fermare il conflitto.
L'America Latina osserva da lontano il conflitto, riportando i fatti senza prendere posizione.
Utilizzando un tono distaccato e descrittivo, si evita di coinvolgersi emotivamente o politicamente nella narrazione.
Omettono il dibattito interno statunitense sulla guerra e le implicazioni per la regione.
L'India e il Sud Asia vedono il conflitto come una pericolosa escalation verso una guerra totale, sottolineando il crollo della tregua.
Inquadrando l'evento come un passo verso una guerra totale, si crea un senso di urgenza e allarme.
Omettono le voci critiche interne agli Stati Uniti che chiedono la fine della guerra.
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