
Rubio nel Golfo per blindare l’intesa con Teheran: alleati scettici sul fondo da 300 miliardi
Il segretario di Stato americano inizia martedì una missione in Emirati, Kuwait e Bahrein per discutere il memorandum con l’Iran, mentre le monarchie del Golfo temono il riarmo della Repubblica Islamica e l’assenza di vincoli sui missili balistici.
Marco Rubio atterra domani negli Emirati Arabi Uniti per la prima visita di un ministro americano nella regione dopo la firma del memorandum d’intesa fra Washington e Teheran. In tre giorni toccherà anche Kuwait e Bahrein, dove incontrerà il Consiglio di cooperazione del Golfo (Gcc) – la piattaforma che riunisce le sei monarchie sunnite, comprese Arabia Saudita, Qatar e Oman. Secondo il portavoce del Dipartimento di Stato Tommy Pigott, il colloquio verterà sulle «priorità regionali condivise», con al centro il testo siglato elettronicamente il 19 giugno dai presidenti Donald Trump e Masoud Pezeshkian, gli sforzi per garantire la libera navigazione nello Stretto di Hormuz e la stabilità dell’area.
La missione ha un obiettivo dichiarato: vendere l’accordo preliminare ad alleati che, pur sostenendo la fine delle ostilità americano-israeliane contro l’Iran, guardano con inquietudine ai dettagli. Fonti diplomatiche regionali, citate da media statunitensi e arabi, indicano due punti di frizione. Il primo è il fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari previsto per Teheran: le capitali del Golfo, secondo analisti della difesa, temono che la Repubblica Islamica lo utilizzi per ricostituire la propria capacità militare e rifornire i gruppi proxy che operano in Libano, Siria e Yemen. Il secondo è l’assenza, nel memorandum, di qualsiasi riferimento al programma missilistico balistico iraniano, che negli ultimi mesi ha colpito con droni e missili diversi Paesi della sponda araba. «Il silenzio del testo su questo capitolo è percepito come una minaccia esistenziale», sintetizza un funzionario della sicurezza del Golfo.
La posta in gioco va oltre la dimensione bilaterale. Emirati, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein e Qatar ospitano basi militari americane che costituiscono l’architrave dell’architettura di sicurezza statunitense in Medio Oriente. Qualsiasi ripensamento, anche sfumato, di queste relazioni – avvertono analisti a Washington – avrebbe ripercussioni dirette sulla postura strategica americana. Per l’Europa e l’Italia, il nodo è duplice: la riapertura dello Stretto di Hormuz, chiuso dall’Iran e da cui transita circa il 20% delle forniture globali di petrolio, è condizione essenziale per la stabilità dei mercati energetici; al tempo stesso, un’eventuale frizione fra Washington e le monarchie del Golfo potrebbe incrinare un equilibrio da cui dipende la sicurezza degli approvvigionamenti mediterranei.
La visita di Rubio si inserisce in una fase diplomatica convulsa. Domenica il vicepresidente J.D. Vance ha guidato a Bürgenstock, in Svizzera, un primo round di colloqui con negoziatori iraniani, facilitati da Qatar e Pakistan. I lavori tecnici proseguiranno per tutta la settimana, mentre il memorandum concede alle parti una finestra di sessanta giorni per raggiungere un accordo complessivo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di «progressi significativi», assicurando che il percorso risponde alle richieste di Teheran. In questo quadro, il Gcc – secondo indiscrezioni raccolte dalla Cnn – potrebbe vedersi affidato un ruolo operativo nell’implementazione di alcune clausole, in particolare quelle relative alla sicurezza marittima. I colloqui in Bahrein offriranno un primo banco di prova per misurare la distanza fra la narrativa della Casa Bianca e i calcoli delle capitali arabe.
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Il Segretario di Stato americano visita tre Paesi del Golfo per discutere l'intesa con l'Iran, la sicurezza dello Stretto di Hormuz e la stabilità regionale. È la prima missione di un membro del gabinetto Trump dopo la firma del memorandum, e mostra che Washington prende atto del nuovo quadro diplomatico con Teheran, pur dovendo rassicurare gli alleati tradizionali.
Il Segretario Rubio intraprende un tour nel Golfo per vendere l'accordo preliminare con l'Iran a degli alleati arabi diffidenti. Sebbene i governi del Golfo abbiano appoggiato la fine della guerra, molti sono turbati dai termini, in particolare dalla prospettiva di un fondo di ricostruzione da 300 miliardi di dollari per Teheran. La missione è un banco di prova per superare lo scetticismo e consolidare l'intesa.
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