
Pogačar verso il quinto Tour, Carapaz re dell’Alpe d’Huez dopo il brivido Kuss
Il leader sloveno gestisce e aiuta il compagno Del Toro a salire sul podio; l’ecuadoriano conquista la seconda vittoria in tre giorni e la maglia a pois, mentre lo statunitense evita il volo oltre le barriere.
L’Alpe d’Huez ha offerto un palcoscenico degno della sua leggenda, regalando nell’ultima tappa di montagna del Tour de France un intreccio di trionfi individuali e manovre di squadra che definiscono la gerarchia finale della Grande Boucle. A esultare sotto lo striscione è stato l’ecuadoriano Richard Carapaz, capace di cogliere la seconda vittoria di tappa in tre giorni e di ipotecare la maglia a pois. La sua azione è stata favorita dalla doppia caduta, nel tratto conclusivo in discesa, dello statunitense Sepp Kuss: un testacoda e poi un’imbardata in curva che solo le reti di protezione hanno impedito si trasformassero in una tragedia. Carapaz, freddo e determinato, non ha esitato a superarlo, chiudendo con 26 secondi su Evenepoel e 31 secondi sullo stesso Kuss, visibilmente scosso ma lucido: «Mia moglie non me lo permetterà più — ha scherzato dopo l’arrivo — ma a volte serve una scarica di adrenalina».
Nel frattempo, il gruppo dei migliori ha vissuto un ribaltamento di ruoli: il leader della classifica Tadej Pogačar ha vestito i panni del gregario d’eccezione per il giovane compagno di squadra messicano Isaac del Toro. I due hanno affrontato fianco a fianco i collassi di Télégraphe, Croix de Fer, Galibier e Sarenne, un festival di ascese hors catégorie che ha spezzato i sogni di gloria del francese Paul Seixas, quarto in classifica ma incapace di tenere il ritmo del duo emiratino. Sul traguardo, Pogačar e del Toro hanno tagliato la linea mano nella mano, abbracciati: un gesto che ha sancito la terza posizione del messicano sul podio e la maglia bianca di miglior giovane. «Ho provato sulla mia pelle cosa significhi essere un domestique, ed è stato ancora più intenso di quanto immaginassi», ha dichiarato Pogačar, che guida la generale con 6 minuti e 26 secondi sul belga Remco Evenepoel e quasi 10 minuti su del Toro.
Con questo passaggio, lo sloveno mette la firma su un Tour dominato fin dalla seconda tappa, e salvo incidenti nella passerella parigina di domenica — accorciata da 133 a 89 chilometri a causa degli incendi boschivi nel sud-ovest della Francia — eguaglierà i cinque successi finali di Jacques Anquetil, Eddy Merckx, Bernard Hinault e Miguel Indurain. La prospettiva europea vede in Pogačar un fuoriclasse che ha saputo gestire le energie con saggezza, vincendo cinque tappe e aiutando il compagno, mentre in America Latina Carapaz e del Toro vengono celebrati come alfieri di un ciclismo in grande ascesa. L’Ecuador già festeggia il secondo sigillo in questa edizione e il Giro d’Italia 2019, e il Messico si gode il primo podio in una grande corsa a tappe. Seixas, il più giovane al Tour dal 1937, ha retto l’urto ed è quarto, davanti al connazionale Lenny Martinez.
Ora la carovana si dirige verso la capitale: l’ultima tappa, con la tradizionale sfilata e la volata sugli Champs-Élysées, vedrà Pogačar probabilmente in tenuta celebrativa, anche se non esclude un ultimo assalto se le gambe risponderanno. Carapaz, matematicamente re della montagna, deve solo tagliare il traguardo per suggellare una corsa memorabile. Il Tour 2026 si chiude così, con un’immagine di arroccamento strategico e di freschezza latinoamericana, mentre l’Europa applaude il suo nuovo re sloveno.
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