
Petrolio, corsa e frenata: il Brent sfiora i 100 dollari ma le tensioni restano alte
La settimana si chiude con un rialzo vicino al 10%, nonostante il parziale riassorbimento dopo le minacce agli stretti mediorientali.
Dopo aver superato la soglia dei 100 dollari al barile per la prima volta da maggio, il Brent ha ripiegato venerdì chiudendo a 96,78 dollari, con un calo del 3,88% nella sola seduta. L’arretramento non cancella però un balzo settimanale di quasi il 10%, innescato dall’escalation militare tra Stati Uniti e Iran e dall’estensione delle minacce degli Houthi yemeniti al traffico petrolifero nel Mar Rosso. La correzione riflette in parte prese di profitto, in parte il sollievo per i segnali di una parziale riapertura dello stretto di Bab el-Mandeb, dove i transiti di petroliere saudite non si sono mai del tutto interrotti.
La tensione resta altissima. Per il tredicesimo giorno consecutivo l’aviazione statunitense ha condotto raid su obiettivi iraniani, mentre il presidente Trump ipotizza un’operazione militare su vasta scala e sanzioni per gli Houthi, che hanno colpito due petroliere di bandiera saudita dichiarando un blocco navale. Teheran, dal canto suo, ha risposto non solo con la retorica, ma con una mossa commerciale significativa: il prezzo ufficiale del greggio leggero iraniano per le consegne di agosto ai clienti asiatici è stato fissato a 4,35 dollari al di sotto della media Oman/Dubai, un ribasso clamoroso rispetto al premio di 7,15 dollari applicato a luglio. Una scelta che, secondo gli analisti, punta a mantenere quote di mercato in Asia, approfittando della sete di greggio a buon mercato di Cina e India, nonostante le sanzioni.
Sui mercati azionari il contraccolpo è stato disomogeneo: le piazze europee hanno recuperato terreno, con Francoforte in rialzo dell’1,4% e Londra e Parigi dello 0,9%, mentre in Asia Tokyo ha perso il 2,7% e Shanghai l’1,6%. Wall Street ha chiuso mista, con il Dow Jones lievemente positivo e il Nasdaq in calo, appesantito dai timori sulla bolla dell’intelligenza artificiale. Intanto un vento di diplomazia soffia da Oriente: secondo fonti vicine ai negoziati, il Pakistan, con il sostegno di Pechino, starebbe tentando di riportare al tavolo Washington e Teheran. Un’eventualità che, seppur remota, ha contribuito a smorzare il premio di rischio sul greggio.
Lo scenario rimane volatile. Gli analisti stimano che ogni mese di interruzione prolungata delle rotte mediorientali potrebbe aggiungere tra i 7 e gli 8 dollari al barile di Brent. L’attenzione ora si sposta alla prossima riunione della Federal Reserve, con le probabilità di un rialzo dei tassi in aumento, e all’evoluzione del quadro geopolitico, con il possibile fallimento o rilancio dei negoziati. Per l’Europa, dipendente dalle importazioni, il prezzo del greggio resta un fattore critico per l’inflazione e la crescita, mentre per l’Italia si prospetta un impatto sull’industria energetica e sui costi di trasporto, in un contesto già segnato dalla transizione ecologica.
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